28 ottobre 2014

26/10 Tutti pazzi per il Casto



Chiudo gli occhi, assaporando il bicchiere di Menabrea che appoggio sul tetto dell’auto. Posso ancora sentire il rumore delle foglie spostate dai miei passi, nelle narici il profumo del sottobosco … il Casto dà alla testa (anche se assunto in piccole dosi – 21K).



Rimonto la stretta valle: tracce di archeologia industriale alle porte di Biella, assembramento urbano che opprime, palazzi a cinque piani a ridosso del monte. Capisco perché giù a Massazza l’autovelox fa paura: è un monito rivolto a chi vuole andarsene più che a quelli che arrivano.
Da queste parti ci ero venuto quattro anni fa e ho ricordi pieni di acqua e fango. Allora era tutto diverso, era tutto nuovo. Lo è anche oggi per un verso. Molta più gente, forse troppa. Molti zainetti, forse troppi, per fare 20 km in mezzo alla natura. Tanto cool è diventato il trail, una moda che mi fa scoprire nella moltitudine anche il gemello grassottello di Olson. 
L’offroad sta diventando out, almeno per me, a disagio in mezzo alla folla che occupa i luoghi dedicati allo spirito. Ma il Casto fa impazzire, perché se c’è un posto dove è bello correre in autunno allora è qui, se c’è una gara che rimane amatoriale, pur con la presenza di tanti campioni, allora è questa. E quindi diamoci su fin dal primo km, in mezzo ai tanti e poi a gruppi, perché il pendio verso il monte Casto fa subito selezione. I primi 6 km sono con il naso all’insù. Il ritmo è quello giusto, rompo il fiato e la salita mi pare meno dura di quella percorsa quattro anni fa. Si scollina e giù fino al primo ristoro tra sentiero e poderale corribile. Intorno nuvole basse fanno solo intravedere i colori di questo autunno. Poi il tratto a mezza costa, nel bosco, un su e giù dove le gambe vanno da sole. Come nulla arriva il 14esimo km, dove spunta il secondo ristoro. Mi sono imposto di prendere un gel ogni 50’ e di bere a sufficienza in una giornata particolarmente umida. Così faccio e riparto sul sentiero che di lì a poco tornerà a salire per la seconda e ultima asperità della giornata. Mi sento bene, le gambe girano come avessero trovato la forma dei giorni migliori, ma soprattutto mi sento in perfetta armonia con l’ambiente che mi circonda. Un incoraggiamento ai primi della lunga che mi sverniciano senza pietà. L’ultimo tratto in leggera discesa è uno di quei luoghi per cui invidi chi ci può correre tutti i giorni. Poi l’asfalto preannuncia i tornanti che buttano giù in paese. Il cellulare mi serve per documentare i titoli di coda, arrivati troppo presto, prima di una Menabrea da dimenticare sul tetto dell’auto. Tutti pazzi per il Casto. 


28 agosto 2014

24 agosto - 1^ La Veia Skyrace


Ci sono gare che fanno bene all’anima e un po’ meno al fisico. La Veia è una di queste. Una salita importante nella prima metà del percorso, poi più scorrevole. Grossi massi, single track e mulattiere. E poi la gente, il panorama, il blu del cielo e il verde dei prati … insomma è stato bello esserci.

La prima volta in Val Bognanco deve essere stato dieci anni fa. Da allora però non ho smesso di frequentarla, almeno una volta l’anno, in inverno o in estate. Allora eccomi in viaggio con il Pres verso la valle per la prima edizione della Veia Skyrace. Una giornata con il blu del cielo che spacca. La partenza è da S. Lorenzo a 1000 mt. Sulla 30km siamo in un centinaio, qualcuno di più sulla corta. Pronti via e si affronta subito la salita tosta della giornata per arrivare alla Cima Verosso, punto più alto della corsa a 2400 mt. Il mio ritmo pare decente, carburo subito. I tornanti stretti in mezzo al bosco si alternano a traversi corribili, si gode della natura che ti circonda. Il primo ristoro di giornata è l’Alpe Laghetto (quasi 2000 mt.), che una volta abbandonato il bosco s’intravede in cima a una radura dove abbondano i mirtilli e dove pascola una creatura del bosco.

Sul lungo traverso che porta al lago di Oriaccia e poi alla cresta che conduce al Verosso il Tapabada opera la mossa strategica che cambia la sua gara. Cade, sbattendo il ginocchio su un enorme sasso. Disinfettate le ferite e bendato il ginocchio, grazie al pronto intervento di un volontario, si riprende il cammino. Già si sente la tifoseria sul Verosso che applaude i passaggi sulla cima coppi di giornata, mentre il Tapabada deve ancora imboccare la Costa del Dente, un sentiero in cresta con qualche tratto attrezzato per l’occasione al fine di facilitarne il passaggio in sicurezza. E mentre il Pres fa il suo ritmo e se ne va, giustamente preoccupato del cancello orario al rifugio Gattascosa, la mia andatura si fa sempre più claudicante. Ne approfitto per scattare qualche foto verso il Leone e il Breithorn. Arrivo sul Verosso. Qualche buonanima è ancora lì a incitare gli ultimi. Poi giù per la ripida discesa verso il Rifugio Gattascosa, dove il cancello orario è lì che mi attende sornione. Ce la fò? Non ce la fò? Anche questa volta la montagna ha detto si :))

Passo davanti al paiolo con la polenta fumante in bella mostra fuori dal rifugio e riprendo a salire verso Cima Mattaroni. Sul crinale che ci separa dalla Svizzera si ammira il trittico del Sempione (Weissmies, Lagginhorn e Fletschorn), davanti a me il Pizzo Pioltone. 



Mi concentro nel ricordare il nome della montagna svizzera lì di fronte su cui sono stato anni fa. Chiedo ai volontari senza risultato. "Vabbè! Intanto ho fatto qualche centinaio di metri". Poi traguardo il Passo del Monscera e l’ultima salita di giornata è subito lì. Al giro di boa non sono particolarmente stanco, ma affronto la discesa con tutte le precauzioni del caso. Ora il vento ha lasciato il posto al caldo di metà giornata. Mi fermo a tutti i ristori. Degli altri concorrenti nemmeno l’ombra. Nessuno davanti, nessuno dietro. Il sentiero per il lago d’Agro è formato da pietroni sconnessi e quando cerco di correre, mi accorgo di zoppicare. Ma ormai sento che è fatta. 


Ringrazio ogni volontario che incontro per il lavoro che stanno facendo, scambio una battuta con chi incita il moribondo. Dopo il ristoro di S. Bernardo ecco la lunga discesa che in mezz’ora mi porta all’arrivo dopo oltre 6 ore. Traguardo mezzo deserto: sarò l’ultimo? Poco importa. Torno a casa con stupendi panorami negli occhi e qualche livido sulle ginocchia…ma si sa: #nopainnogain

Courtesy of Arturo Barbieri
 

23 luglio 2014

20 luglio - Dolomites Skyrace



Mi sono presentato alla partenza temendo di non arrivare in fondo. Ho perso e ritrovato una lente degli occhiali, ho superato la Forcella Pordoi 5 minuti prima del cancello orario. In discesa sono caduto e mi sono rialzato. Ho faticato dal primo all’ultimo metro e ho tagliato il traguardo pochi minuti prima del tempo limite. Essere finisher di questa gara mi riempie di orgoglio. Questo è quanto. Ciò che segue sono chiacchiere da bar.


Mi guardo intorno, ma non mi sembra di scorgere molti fratelli tapascioni. Oltre 700 alla partenza divisi in batterie, pronti a salire verso il Sass Pordoi che da qui, dalla piazza di Canazei, mi sembra lontanissimo. Non ci sono mani alzate a salutare l’elicottero in volo sopra di noi, né speaker a caricare i concorrenti, o musiche teutoniche a nascondere il sordo rumore di chi è votato alla fatica. La conta alla rovescia è il preludio all’apertura della prima gabbia, quella dei top runner, i corridori del cielo. Poi a seguire sarà la volta di chi viene dietro, buttato nella mischia come un gallo da combattimento. La prima curva, e subito si sale. Meno di un chilometro e lasciamo la strada forestale per le piste da sci. Falsipiani ondulati si alternano a ripide salite su un sentiero tracciato nel prato. Sono già in apnea. Al primo ristoro volante il bastoncino sbatte contro gli occhiali e una lente mi cade. Non capisco, non vedo, la cerco nell’erba in mezzo alla miriade di scarpe che procedono. Una ragazza la trova e il mio grazie si perde nella preoccupazione di non potere continuare la gara. Ma la lente è intatta e la mia guida indiana si premura di rimetterla nella sede appropriata. Il Passo Pordoi è subito lì e ci arrivo in un’ora secca. La guida mi incita a non perdere tempo.


La Forcella Pordoi ci attende con il suo cancello orario di 1h50’, l’unico dell’intera gara, quello per tenere lontano dalla leggenda delle skyrace gli scocciatori, i tapascioni come il sottoscritto. Da qui sotto la Forcella non si vede. Si immagina solo, 600 metri più in alto, in cima al ghiaione, dove è diretto il lungo serpentone di formichine che incombe sulla mia testa. Nella prima parte si va su dritto per dritto, a sbuffare sui bastoncini per non perdere aderenza. Mi passano in tanti. Poi all’inizio dei tornanti la situazione mi appare meno complicata, prendo il ritmo e la voce sempre più forte dello speaker che arriva dalla Forcella infonde la fiducia necessaria per arrivarci. E’ fatta: 1h45’! Il passaggio sotto il tunnel scavato nella neve non mi provoca l’emozione che avrei pensato di provare, ma al rifornimento scarico la tensione con un urlo (cedo i bastoncini al servizio e sarà l’ultima volta che li vedrò – sigh!). Qui però non inizia la passeggiata così ben descritta giorni prima dalla guida indiana. Il tratto innevato a mezza costa conduce alla salita verso il Piz Boè, cima coppi della Dolomites, con i suoi 3150 mt. 
 

Si sale per corde e scalini metallici, attendendo il proprio turno, tra turisti che scendono e runners che spingono. Scolliniamo in 2h22’, dopo aver percorso poco più di 10 km. La discesa appare da subito complicata. E’ tecnica, con pendenza massima ed il ghiaccio a rendere tutto più difficile. Non c’è tempo di ammirare il meraviglioso paesaggio che mi circonda, preoccupato come sono dal tizio dietro di me che mena i bastoncini a mo’ di spada e cerca di crocefiggermi appena tocco la roccia con la mano. 


Poi arriva il godimento: gli ampi tratti innevati sopra il rifugio Boè permettono la discesa di patello, la più sicura e la più veloce! Il panorama lunare merita qualche foto, ma ancora una volta occorre fare i conti con l’orologio. Si avvicina il tempo limite per arrivare al traguardo, e la strada è ancora lunga. Sentieri di alta montagna e ghiaioni da percorrere sciando. La stanchezza si fa sentire e la caduta mi attende nell’ultimo tratto di forte pendenza. Una capriola e torno in piedi che neanche la Bullock in Gravity avrebbe saputo far meglio. Gli ultimi km appartengono al mio limite, quello fisico e mentale che non riesco a superare. Con la guida indiana a sollecitare un passo più sostenuto e a spergiurare un paio di volte che si tratta dell’ultimo km e mezzo. Ce la faranno i nostri eroi a stare dentro le quattroreequindici? Nelle condizioni in cui sono poco importa. Ma alla fine ecco il rumore delle auto che spingono sulla strada verso il Pordoi e quando siamo veramente all’ultimo km c’è solo il tempo di alzare il pugno al cielo e correre insieme alla mia princess fino alla passerella finale. E’ finita! 4h10’ per poco più di 20 km, volati in un attimo, come solo le cose belle, come la passione per questi monti che brucia dentro!
Grazie Kit Carson!


17 luglio 2014

Dolomites Skyrace #4

"E dove sarebbe 'sto posto, papi?"
"In val di Fassa, vicino ai nonni"
"E quanto ci stiamo?"
"Passami la marmellata. Due giorni. Il tempo di fare questa gara e tornare a casa"
"Ah così poco? E la corsa è dura?"
"Mmmmh, prima si sale e poi si scende"
"Allora niente di che..."
"Seee. Altro latte?"
"E tu sei pronto, papi? Come ti senti?"
"Bah! Come le partite contro il Merate U18. La sensazione che avevamo prima di uscire dallo spogliatoio era sempre quella di non farcela"
"Si grazie ancora un po'"
 
 Per l'accomodation tuttapposto!


14 luglio 2014

Dolomites Skyrace #3

E non importa se in questi ultimi 30 giorni ho fatto più km in auto che a piedi,
se dall'ultima gara con dislivello è trascorso più di un mese,
se in questa settimana la preparazione l'ho fatta spiaggiato in Abruzzo.
Non importa se ieri a S. Barbara sono salito più lento di un minuto rispetto alle ultime  volte,
e se dentro di me una voce dice che non arriverò al cancello orario nel tempo max consentito.

Sarà la montagna a dirmi di no, io ci proverò! Alè papà!

www.dolomitiwebcam.it

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