27 settembre 2016

(Dell') età e (della) stanchezza

Chi ha la doppia fortuna di essere abbonato alla newsletter di Orlando Pizzolato e di aver superato (indenne) i quaranta avrà letto con piacere il numero 404 della suddetta, dove si sottolinea come "per moltissimi corridori questa soglia di età determina già i primi evidenti segni di invecchiamento atletico". Il buon Pizzolato, novello Yoda, esorta nell'epistola i suoi discepoli Jedi a coltivare la forza (almeno una volta alla settimana) per non sentire, o meglio per ritardare, l'effetto stanchezza muscolare che pervade noi diversamente giovani podisti amatori. Il passaggio alle distanze lunghe, maratona e ultra, continua il Vate, è giustificato dalla perdita di quelle componenti che appartenevano alla nostra gioventù (appunto forza ed elasticità muscolare e, aggiungerei io, spermatozoi a gogò). Ma il progredire dei chilometri non evita questo stato fisico e dell'anima in cui versiamo costantemente noi ultra  q&t (quarantenni e trailers).

Sarà che quest'anno mi sono cimentato in prove ben superiori alle mie possibilità, che mi hanno tenuto là fuori per parecchie ore, resta il fatto che mi sono sentito punto nel vivo, come ogni podista ultra q&t traboccante del proprio ego, e sono corso ai ripari.

Così da due sere sono tornato agli allenamenti veloci(?), vale a dire ad un'andatura superiore a quella di una camminata in salita, e a sorbirmi qualche minuto di potenziamento muscolare. Sono certo che tra qualche settimana, cancellata dalla posta in arrivo la newsletter di Pizzolato, mi passerà anche questo velleitario bisogno di "far girare le gambe" ad andature pericolose per un ultra q&t.

Intanto che la forza sia con me!

15 settembre 2016

10 settembre - Dolomiti di Brenta Trail (64K)

Se c'è una bella al mondo sei più bella tu
Se c'è chi è troppo bella tu lo sei di più
Sei qui davanti a me ma non mi sembra vero
Accidenti come sei bella

I versi del Vate mi frullavano in testa nei giorni precedenti il DBT, ma non mi capacitavo il perché di tanta insistenza. Poi arrivo a Molveno e nel giro di 24 ore comprendo a cosa andava dietro il cervello. Essere in Brenta è tornare all’infanzia, ai luoghi in cui ho trascorso le estati più ricche, gli inverni più nevosi. Guardo verso il Campanile Basso anche se dal lago il panorama non è quello che ammiri qualche km più in là, ad Andalo. Ma qui si ha la percezione di cosa incombe sopra di te, la sensazione che domani sarai lassù a giro per chissà quante ore. La notte è agitata: allenamenti zero nelle ultime tre settimane, dimentico che per un tapascione arrivare al traguardo dopo 64km è questione di mettere un piede avanti all’altro, niente di più, niente di meno. E poi ho il piano B, stringere i denti fino al 30esimo e poi mollare la banda e tornare a valle (che già ne farei oltre 40).



Si parte con buio e caldo porco per questo periodo. Luce spenta che tanto ci sono gli altri e una volta nel bosco prendi la scia; chissà mai che si debba stare veramente fuori fino alle 23 della tarde e allora la torcia servirà carica eccome.


Andalo alle prime luci, la Paganella stuprata dalle piste da sci di fronte a me, il cartello AFFITTASI davanti al villino dello Jacopo di Cannaregio. Quante emozioni, quanto spleen. Poi su per il 301 in cerca di orsi. La salita è lunga, un po’ a strappi. Si sale tutti insieme. Dopo il primo ristoro inizia il single track e più avanti la deviazione della 64K ci porta nella Val dei Cavai. Qui inizia la wilderness del Brenta, che ci accompagnerà fino al 30esimo. Stupenda e fredda questa valle. La nostra è una lunga fila transumante, il silenzio di un luogo lunare rotto solo dal rumore dei bastoncini che scivolano sulla nuda roccia. Qualche scatto fotografico dalla Sella del Montoz e poi si riprende a correre, finchè c’è benzina. L’aria calda mi costringe a bere spesso. Mi servo alla fontana delle malghe sparse sul percorso. 


Al ristoro di Malga Termoncello prendo tutto il tempo necessario a mangiare e bere (solo acqua e the, coca zero, nel suo significato reale, non dietetico). Riprendo e la mortazza balla nello stomaco. Sempre meglio dei gel che tengo nello zaino e che proprio non vanno giù. Si passa sopra il lago di Tovel (che spettacolo!). Impossibile non fermarsi e far partire gli scatti. 




Riprendo fiato, mentre il bosco cede alla radura ed io ai primi segni di stanchezza. La sete è pressante, cerco di stare in coda ai gruppetti che mi superano, ma è impossibile. A Malga Flavona la salita mi prende allo stomaco. Ripida e breve fa male. Rifiato sul successivo altopiano di Campo Flavona e arrivo al Passo della Gaiarda (30esimo km), obiettivo minimo di giornata. Mi guardo attorno: solo due ragazze a fare la spunta dei numeri. Tornare indietro non se ne parla. Sono ampiamente dentro il cancello orario. Allora su verso il Passo del Grostè. Il sottostante Rifugio Graffer, raggiunto con elegante scodinzolo su piste da sci polverose, segna metà gara. Qui si avvistano i primi turisti, ma non si vede ancora la coca cola. Decido allora di investire 3 euri per una sana bevanda scura e gassata (no niente Guinness sorry!). Telefonare, mangiare, whatappare, bere: il “gioca jouer” di noi trailers. Da qui in poi di ritiro non se ne parla, non fosse altro che per il tempo che dovrei impiegare per tornare a Molveno con i mezzi dell’organizzazione. Allora un, due, tre in marcia. 


La discesa verso Vallesinella si fa in un botto, fischiettando ai turisti per aprire la pista. Poi è tutta risalita, interminabile con i merenderos ad incitarti o a guardarti strano. Al Rifugio Casinei sono già stracco, ma di strada per il Tuckett ce n'è ancora (400 metri più in alto). Vado fuori giri. Tocco il punto più basso della giornata e chissà se tornerò a galla. Arrivare al rifugio è un calvario senza stazioni (di servizio). Il cielo diventa nero - sarà forse suggestione? Se i bambini, che incontro salendo, cambiassero direzione, mi svernicerebbero pure loro. Arriva, arriva, ma non arriva mai ‘sto rifugio. Poi le classiche imposte bianco-celesti dei rifugi SAT si stagliano sopra di me.


Mi attendono tre tazze di brodo caldo, bicchieri di sana sprite e formaggio. Ne mancano 23 a Molveno. Un tipo si avvicina al gestore del rifugio e gli fa “Ho qualche problema. Come faccio a ritirarmi?”. Al pensiero di dover tornare giù fino al bus che lo attende qualche km più sotto si accosta alla balaustra e vomita tutto. Intanto il mio sballo è passato, cambio la maglia, mentre i tuoni si avvicinano. Lo spettacolo del Brenta è da cartolina: Crozzon, Cima Tosa, Campanile Basso. 


Un ristoro volante davanti al rifugio Brentei che fu di De Tassis e via per il sentiero che risale l’alta valle. In fondo si staglia in tutta la sua verticalità la Bocca di Brenta. Temo il freddo che la pioggerellina porta con sé, il vento ed il buio, che mi avvolgerà prima del mio arrivo. Ma ugualmente guardo verso l’alto e sento la mia impresa più vicina. Minuscoli puntini risalgono il ghiaione che porta alla Bocca.


Ci arrivo anch’io, ma con le gambe molli ed il ritmo di una Duna imballata. La salita è l’ultima di giornata (lo deve essere per forza!). La foto che scatto allo scollinamento mi ritrae in una smorfia di dolore, ma sereno. 


Al rifugio Pedrotti sono quasi 12 ore che sono a giro e 50 km nelle gambe. Mi godo la pace del momento e del luogo. Non vorrei essere da nessun'altra parte se non qui, con il solo gracchiare delle taccole che volteggiano sopra di noi a spezzare l'incantesimo del silenzio e dei miei ricordi.



Adesso giù fino alla fine. Selvata, Croz dell’Altissimo, quante volte sono passato da questi rifugi nella mia gioventù. Mai però così stanco. E’ un lento cammino, mentre arranco sul falsopiano che porta al Pradel. Il lago è lì sotto, ma il giro che gli organizzatori hanno pensato per noi è ancora lungo, pesante più per la testa, incapace di gestire questi km inutili, che per il fisico. L’avventura si chiude che il buio è ormai pesto sulle rive del lago. Poca gente, distratta intorno al gonfiabile, fa da spettatrice all’arrivo di uno degli ultimi tapascioni. Oltre 14 ore per 64km e poco meno di 4000 m di dislivello, ma ce l’ho fatta! Il ristoro finale è ormai scomparso, ma non la voglia di incazzarmi per questo scherzo di cattivo gusto. Senza un goccio d’acqua mi sento ancor più un sopravvissuto. Se poi non ti sei portato il ticket del pasta party a spasso per il Brenta tutto il giorno ti tocca anche fare a meno della birra. Eppure oggi va bene così: incazzato e felice.


20 luglio 2016

16 luglio - Bettelmatt Ultra Trail (ovvero del diletto)

Agli amici del baretto che mi chiedono della fatica nel fare 83 km su e giù per i monti rispondo loro che dovrebbero provare a stirare 6 camicie (rigorosamente manica lunga) in una torrida sera d’estate per capire cosa è la vera fatica. Non che la BUT sia stata una passeggiata, ma la cadenza triste del cercatore di funghi mi ha permesso di schivare la tagliola dei cancelli orari messi un po’ alla c###o e di arrivare al traguardo di Riale poco prima che l’uomo scopa ed il buio mettessero la parola fine a questa ultra della Val Formazza.

19 ore sulle gambe sono lunghe anche da raccontare, ma agli amici del baretto, che intanto si godono l’òra, il vento che soffia dal lago, è sufficiente qualche immagine per diagnosticare la grave malattia mentale del tenutario di questo blog. Per esempio l’immagine della partenza alle 3 della mattina da Ponte insieme ad altri 200 frontali accese, pronte ad arrampicarsi sulla gippabile che porta al lago del Vannino. Poi in rapida successione la salita al passo del Busin e alla Bocchetta della Valle dove l’alba ci incontra quasi 1400 metri più in alto rispetto al punto di partenza per donarci l’incanto delle più famose tra le cime lepontine. Da lì lungo i prati del grande est e poi in picchiata verso il Devero. Al 27esimo km finalmente il primo ristoro ed una colazione decente, dopo il pan bauletto e mortadella ingoiato alle 2.30.


Ora gli amici del baretto, con la coda dell’occhio ancora attenti alle belle tedesche che sfilano verso la spiaggia della Porfina, vogliono sentire parlare di gesta eroiche, di dislivelli macinati. Ed io giù ad esaltare la lunga salita alla Scatta di Minoia che ci riporta verso il lago del Vannino o ancora quella secca verso il Passo del Nefelgiù. “Ma ragazzi sono le discese quelle che mi spaccano, lo volete capire!” E’ lì che il Tapabada perde terreno, con le Akasha che mostrano tutta la loro gioventù.


Dolorante ai piedi e claudicante nella testa quando arrivo alla base vita di Riale sono pronto al ritiro. I 50 km alle spalle mi sembrano già un’enormità e tornare qui dopo averne macinati altri 33 è un’idea che mi affascina tanto quanto vedere Reazione a catena. Ma complice il pensiero degli amici del baretto che rimarrebbero senza lieto fine ed un piatto di pasta il Tapabada, rifocillato e risuolato con delle più generose Hoka, riprende il cammino (perché di questo ormai si tratta) verso i 3000 metri del rifugio 3A. L’apprensione di chi mi guida in questa avventura è il cancello orario successivo. Io invece mi godo la fatica immane che porta verso il rifugio mai toccato, ma così ricorrente nei miei pensieri giovanili.


Gli amici del baretto, finalmente catturati alla mia causa, sono lì con me ad affrontare le rampe che dal lago Morasco salgono prima ai Sabbioni e poi al Claudio e Bruno. Non degnano nemmeno lo spritz gardesano in bella vista che il Fabio ha servito loro e si mettono in coda su quel sentiero che sembra non finire mai. Là in alto il 3A mi guarda storto, ma io non mi curo. Sono concentrato a sentire sulla faccia e nelle orecchie il sibilo del vento patagonico di questo tardo pomeriggio limpido e abbagliante. E’ l’unico rumore che si percepisce nell’immensa vastità di blu, verde e bianco che l’occhio può abbracciare. 





Arrivato al ristoro del 3A ancora non è finita: manca la discesa a patella dal ghiacciaio del Siedel, il passaggio al rifugio Città di Busto e la planata sulla piana del Bettelmatt 5 minuti prima che chiuda il cancello orario. “Amici, non vi sto a raccontare gli ultimi 17 km. Subito la salita al passo Gries, poi i nevai verso la capanna Corno, e ancora il passo S. Giacomo, ultimo dislivello prima dell’arrivo”. Preservo la mia testa e le mie gambe da ricordi penosi. Siamo agli ultimi 5 km. Il lago Toggia è interminabile. Sfila lento alla nostra sinistra prima della picchiata (!) finale verso il traguardo. E’ l’idea di dovermi fermare a cercare la frontale nello zaino e farne ulteriore uso a provocare in me un sussulto d’orgoglio e a riaccendermi i led del sistema nervoso. Aziono i flap e l’ultimo km mi sembra volare via. La passerella finale al chiaro di luna è per pochi intimi. Qui hanno già sbaraccato. Rimane un tabellone da firmare e una bionda ad immortalare il Tapabada e la sua guida indiana. La tanta fatica mi impedisce di gustare appieno l’emozione del momento, del #nonsimollauncazzo e del celodurismo che ti porta a fare ‘ste cose qui. Riale, deserta e buia, diventa all’improvviso una realtà per i miei piedi ed una sorgente per il mio spirito. La festa proseguirà domani, ora c’è tempo solo per una doccia ed una pizza, perché le grandi distanze ti fanno apprezzare solo l’essenziale, il qui&adesso.

Gli amici del baretto, finalmente a bocca aperta, pare abbiano compreso il senso ultimo dell’inutile. Poi però salta su come sempre il Toni a chiedere “Ma chi te lo fa fare?” Ed allora anch’io come sempre: “Pacialacc, ma per diletto, per il mio unico diletto! Per cosa sennò?”.

4 luglio 2016

But #3

A fare i brillanti poco ne viene (Pellè dal dischetto insegna). Così dopo avere fatto tremare la famiglia snocciolando un programma di allenamento basato su sudore e assenza prolungata dal desco famigliare, mi ritrovo la domenica mattina con D+ settimanale pari a zero.

E anche questa domenica con aria frizzante e zero nuvole in cielo sarebbe di quelle da portare la famiglia in gita sulle Alpi per godersi una polenta al primo rifugio aperto come da manuale dei "merenderos". Purtroppo (?) non ho fatto i conti con il resto della ciurma, la cui voglia di alzarsi dal letto è direttamente proporzionale a quella del Tapabada di sciropparsi n. km in auto per giungere alla prima protuberanza alpina.

Ne deriva una partenza ritardata, un percorso breve, da scalare prevalentemente sotto la stecca del sole. Chiudo pure in largo anticipo sul previsto. Le nuove NB V3, alla prima uscita, mi stampano due belle vesciche sul retro, e confermano la tesi che se la vocina ti dice di stare a letto tu devi assecondarla... anche in giornate come questa, #but o non #but.



22 giugno 2016

But #2

Tra le cose più improbabili, ma anche memorabili della vita podistica (e non solo) del tenutario di questo blog ci sarà sicuramente la BUT. Una ultratrail che per me vuol dire esplorazione. In questo caso più di me stesso che dei luoghi che attraverserò. Sarà sopratutto una non corsa, piuttosto una lunga passeggiata che speriamo di completare nel tempo limite. Ma qualora non si arrivasse in fondo non starei a dolermene più di tanto. Senza scomodare frasi celebri su viaggi iniziati con il primo passo il mio viaggio è già iniziato con la ricognizione del percorso. E' stato bello perché con la mia guida indiana abbiamo cercato il percorso in mezzo alla neve, lo abbiamo abbandonato e poi recuperato ... insomma abbiamo esplorato. E questo è il senso che la BUT ha per me.


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