14 maggio 2021

9 maggio - Vibram Mottarone Trail (20k)

L’avrò scritto altre volte. Il Mottarone Trail è stato uno dei primi trail a cui il tenutario di questo blog ha partecipato nella prima stagione da trailer, il lontano 2010. Da allora altre volte ho indossato il pettorale calpestando i sentieri di questo panettone piantato tra i laghi Maggiore e di Orta, e non mi è mai capitato di ripetere il medesimo percorso.

Un numero infinito di sentieri a disposizione e la fantasia degli organizzatori hanno consentito anche quest’anno di confrontarsi su un itinerario inedito, con partenza da Stresa e arrivo in cima o quasi, per 20 km di sviluppo e un dislivello che alla fine confermava il dato ufficiale: 2000 metri meno qualche gradino.

Trail quindi corto, ma per questo non meno tosto, soprattutto a partire dal decimo km, dopo una metà corsa fatta di saliscendi tra Stresa e Baveno. Il Mottarone Trail ha rappresentato per quasi tutti noi il primo pettorale da indossare dopo la no trail zone. C’erano volti noti e meno noti, e molti di loro, che in gara ho visto solo passare velocemente, me li sono ritrovati in coda più tardi alla stazione a monte della funivia che ci avrebbe riportato sulle sponde del lago. Esperienza, dico quella di attendere l’imbarco per oltre un’ora, in fila, stanco e infreddolito, che rimarrà tra i ricordi più vivi di questa giornata, più della prestazione del sottoscritto.

Di prestazione, effettivamente, non si può parlare. E’ stata più che altro una passeggiata con i bastoncini (aka nordic walking), data l’impossibilità di correre senza provare l’ormai solito costante dolore al ginocchio. Dopo un tentativo di corsa nei primi km mi sono messo di buon passo a risalire i pendii del Mottarone. La fatica si è fatta sentire specie sulla prima e più lunga salita fino ad arrivare al Monte Camoscio. Con il prolungarsi della gara è, invece, aumentata la confidenza nell’affrontare le asperità ed il ginocchio si è sentito solo nelle poche discese presenti sul percorso. Il take-home message di oggi sono due. Ascolta il tuo corpo prima di affrontare avventure che saranno solo pain senza gain. E il secondo: se c’è da tornare in funivia alla partenza accertati di tagliare il traguardo molto prima degli altri o affidati a un NCC.

26 aprile 2021

18 aprile - Giro dei due colli

Dici Briga Novarese e mi vengono alla mente i primi passi fatti dal tenutario del blog nel trail. Erano per la precisione i Sentieri di S. Cristina e correva l’anno 2010. Così i 20 km di quest’oggi su e giù per i due colli, S. Michele e S. Colombano, sono stati un ritorno alle origini, con tanti km in più nelle gambe e tanti sogni in meno nel cassetto. A volere essere onesti i sogni restano, ma forse è il tempo che inizia a mancare.

Come due settimane fa, causa Covid, si parte in onde e con bevande al seguito, ma i partecipanti sono così tanti che sul percorso non si resterà mai soli. Il percorso è il solito dell’edizione 2018, a cui avevo partecipato. Si tratta di darci dentro nei primi km per arrivare in cima ai due suddetti colli e poi darci dentro per superare i brevi strappi di salita che il percorso riserva. Sicuramente gara meno impegnativa di quella di Gargallo, ma dove occorre comunque rilanciare dopo ogni strappo per non
perdere il ritmo.

Sulla prestazione del tenutario non c’è da dilungarsi. Sono piaciuti l’impegno nel mantenere il passo anche sulle salite e la determinazione a non lasciarsi scappare il socio, che, complice una giornata di forma non splendida, ha dovuto sentirsi sul collo per 20 km il respiro affannoso del cinghialone.  

14 aprile 2021

5 aprile (2021) - Trail di Eric il Folletto (quasi 17K)

Torniamo a indossare un pettorale e già questa è una notizia. Lo facciamo più per la gioia di valicare i confini regionali in un periodo di zona rossa senza infrangere la legge che per la voglia di partecipare a una bella tapasciata che ora si chiamano tutte trail. Rispetto all’ultima corsa chippata mi sposto solo di qualche km, ma la conformazione del percorso di 17 km che si sviluppa intorno a Gargallo, è molto simile al C-Trail di Fontaneto. Brevi salite, soprattutto nella prima parte, e lunghi drittoni asfalto misto gravel nella seconda. La gioia di esserci ha fatto un po’ mancare il contesto agonistico, peraltro non incentivato dalla forzata partenza a scaglioni che ha reso la competizione indecifrabile (ma quello che ho superato è partito nella mia batteria o in quella precedente?). Tant’è. Di questi tempi ci si deve accontentare di gare senza ristori e gadget, e benedire i coraggiosi organizzatori che ti consentono di riassaporare sensazioni che fai fatica a ricordare.

18 febbraio 2020

16 febbraio - C-Trail (21k)


Basta poco: un gonfiabile all’arrivo, uno speaker e un pettorale. Basta poco per trasformare una tapasciata in un trail non competitivo. Attirato più dalla zona, tanto cara al tenutario di codesto blog, che dalla parola trail nel logo della corsa, eccoci a Cavaglio d’Agogna per cimentarmi in questa prima edizione del C-trail di 21km. Quali che siano le motivazioni di ognuno, un nutrito numero di appassionati del genere si mette in marcia con un clima di inizio primavera. La zona propone dolci saliscendi tra i vigneti e qualche più deciso strappo per inerpicarsi sugli argini di torrenti in secca (lo speaker in partenza ha sottolineato ripetutamente il numero dei guadi da attraversare, 4guadi4, quasi a mettere un pizzico di avventura in una tapasciata domenicale che già di per sé può offrire enne varianti sul tema sorpresa).


Oggi si trattava di macinare qualche km extra su di un percorso che simulasse ben più probanti impegni di inizio primavera. E l’obiettivo è stato perfettamente centrato, grazie ad un tracciato che ha richiesto un impegno costante, senza cali improvvisi o insensate fughe in avanti.




8 gennaio 2020

5 gennaio - S1 Trail Corsa della Bora (57K)


La guardiamo allibiti, mentre scarichiamo le valigie. La nonnina, pellicciotto e capello biondo platino, nascosta dal volante del suo jeepino, cerca di inserire la retromarcia e di fuggire al destino baro della donna al volante che  sbaglia direzione e imbocca in senso contrario le rampe del silos. E' un attimo, ci guardiamo negli occhi e poi ci manda a fanculo! Benvenuti a Trieste.

In quel luogo che si chiama Mitteleuropa parlano italiano, sloveno, croato e tedesco. C’è anche un po’ di francese e dialetto, come quello del curioso personaggio di Mima Sport che cerca di spiegarmi, in un veneziano importato, che la sacca gara per il cambio indumenti non me la può dare, perchè z'è rimasti senza. Trieste è il confine antico di una geografia che ormai esiste solamente sui libri di storia. Basta osservare gli zaini e gli stracci che i clandestini hanno lasciato ai bordi del sentiero appena oltre il confine che ci separa dalla Slovenia, prima di cercare la loro speranza sull'italico suolo. Questa è la globalizzazione bellezza! Della Mitteleuropa resta però il fascino intatto in piazza Unità d'Italia, nei caffè storici, nelle osterie. Che terra e che città meravigliosa, appesa tra il Carso e il suo golfo.


In questo splendido landscape si sviluppa la Corsa della Bora, che si allunga per oltre 55 km dal confine sloveno fino al borgo di Sistiana, congiungendo i diversi paesi che si affacciano sul mare dal balcone del Carso. Una gara lunga, ma non troppo, con tre salite decise, ma dal dislivello contenuto, qualche passaggio tecnico e tanti panorami da ammirare in una splendida giornata di sole e bora moderata.
Dopo la delusione, ma solo a metà, del DNF all’UTLO, non si nutriva certezza alcuna su tenuta, fisica e mentale, in una gara così “dentro” alle festività natalizie. Invece, il tenutario del blog trova la giornata giusta. La concomitanza di diversi fattori (la cui descrizione annoierebbe i già distratti lettori) apre così la strada ad una prestazione da circoletto rosso nel personalissimo taccuino (cit.). Dal paesino di Pesek (io ho visto solo il ristorante, ma forse c'erano anche immobili residenziali), un passo prima della Slovenia, parto deciso nella terza wave di uno start che ne poteva prevedere benissimo una sola. Discesa e subito il cartello del confine di stato ci indica che stiamo pestando terra straniera. Tanti saliscendi e qualche salita un po’ più tosta mi ricordano le tapasciate lungo le Prealpi varesine. Dopo il ristoro di Dolina si affronta la prima salita alla conquista del Carso. La parte più interessante viene subito dopo, con l’attraversamento della Valle Rosandra, che si discende su ghiaioni dolomitici e si risale dall’altro versante, decisamente più riparato dal vento che ci sbatte in faccia un freddo che non sarà mai troppo pungente. Finiscono un po' prima di metà percorso le difficoltà di giornata. Il resto è un esercizio di concentrazione per far girare le gambe, attenti a non scattare troppe foto al Golfo sotto di noi e portare a termine la lunga passeggiata, che ci conduce negli ultimi km fino sulla battigia. Dopo aver guardato il mare dall’alto per tutto il giorno è ora di saltellare tra i grossi massi sulla spiaggia prima che la marea li sommerga. E mentre le prime ombre della sera avvolgono Visogliano (semi cit.), traguardo di giornata, anche il tenutario di codesto blog cinge al petto la medaglia da finisher, unico ricordo materiale di questa Corsa della Bora 2020.


Un trail da mettere nel cassetto dei ricordi personali soprattutto per il tempo, decisamente ridotto, impiegato a concluderlo (ovviamente è tutto relativo: le mie 9 ore potrebbero essere considerate da altri al pari delle ere geologiche necessarie per scavare le grotte carsiche). Reiterate e generose porzioni di Gulash e patate in tecia, innaffiate da abbondante birra locale, non sembrano questa volta avere fiaccato la voglia di divertirsi che resta condizione fondamentale per riuscire a stare a giro e far finta di correre per una mezza giornata.

11 novembre 2019

10 novembre - Marcia sull'alpe e il San Genesio


Il personalissimo taccuino fa risalire ai primi mesi del 2018 l’ultima apparizione del tenutario di questo blog ad una tapasciata. Troppo tempo trascorso, troppo tempo lontano da queste "manifestazioni ludico-motorie a passo libero", che già c’erano ai tempi in cui non esistevano i trail. E la Marcia sull’Alpe e sul S. Genesio a Castello di Brianza di anni ne ha parecchi, essendo arrivata alla ventesima edizione. Una tapasciata, il cui successo è testimoniato dalle tante auto in cerca di parcheggio già alle 7 del mattino e dai molti podisti in coda per ritirare il cartellino giornaliero. Le ragioni di questo successo risiedono nei paesaggi che offre questo angolo della Brianza, che si affaccia sulle montagne del lecchese, Grigne e Resegone, nei tanti ristori sul percorso e nella sapiente alternanza fango-asfalto proposta dagli organizzatori.

Scegliere il percorso dei 30 km (poi risultati fortunamente 28) è stato un atto di fede nelle capacità di resistenza del sottoscritto. Resistenza che non è venuta meno neanche nei lunghi drittoni asfaltati di avvicinamento alla cima del S. Genesio. Alla fine ne è venuta fuori una bella mattinata, densa di salite corribili e di discese altrettanto abbordabili, tutto con vista sulle Prealpi lecchesi. Insomma, una giornata per cui valeva la pena abbandonare il tepore del letto prematuramente, intraprendere un viaggio verso dove porta il cuore del tapascione e gustarsi un più che decente impegno fisico al modico prezzo di 4 euro.



23 ottobre 2019

19 ottobre - UTLO 60K - DNF


E una volta entrato nel locale caldo dell’ultimo ristoro di Grassona mi guardo intorno. Gente che si cambia gli indumenti di gara, corpi bagnati e avvolti nel telo termico in fila su di una panca, bambini che corrono divertiti in mezzo alla confusione. E’ in quel momento che sorge la famosa domanda “Che ci faccio io qui?” Non fosse entrato in quel momento il simpatico driver del furgone “ritiro atleti usurati” è probabile che mi sarei risvegliato dal torpore mentale e avrei percorso gli ultimi dieci km fatti di pioggia e fango per assicurarmi l’ambita medaglia da finisher. Ma ... ma le cose non sempre vanno nel verso giusto.


La UTLO era la corsa adatta per terminare una stagione non molto fortunata. E nonostante il meteo infame c’erano le condizioni per fare bene (leggasi distribuzione di dislivelli e distanze in allenamento nella giusta misura). Tutto era filato liscio nei primi 50km. Di questa UTLO60K, come sempre, la prima parte è la più tosta, con salite importanti (2000 metri di dislivello nei primi 22 km di viaggio). Fino a Quarna per via crucis in senso letterale e metaforico, il Monte Mazzoccone, la cui salita non lascia respiro, poi il Monte Croce per pendio più lungo, ma meno impegnativo, ed infine il Novesso da prendere di petto, dritto per dritto. Parto con calma, affronto le salite con il solito passo da cercatore di funghi, complice anche la lunga fila di trailers che fa da tappo in alcuni tratti. Corro nei tratti piani e cerco di non cadere nelle discese fatte di fango. Ma soprattutto mi alimento con cura, bevendo e mangiando pastina a tutti i mitici ristori (Camasca, Sacchi e Arola). Giunto ad Arola, ristoro di metà percorso, mi cambio la maglia bagnata e indosso una giacca impermeabile più resistente per affrontare la pioggia del tardo pomeriggio. Boleto, la Madonna del Sasso e poi il lungolago di Pella vengono superati con ancora la giusta dose di energie fisiche e mentali. E’ sulle rampe che portano a Grassona, sotto una pioggia che si fa sempre più insistente, che inizio a perdere la determinazione necessaria per affrontare le prime ombre della sera. Prima dell’ultimo ristoro raggiungo altri compagni di viaggio. Con loro si fa a chi sta in equilibrio più a lungo su un sentiero che è diventato un piccolo ruscello. Occhiali appannati e frontale che non riesce a fendere con decisione il buio, così come la pioggia che scende lungo la schiena, rendono concreta la domanda ad inizio di questo post.

E’ un attimo essere seduto sul caldo furgone, tremante nel mio telo termico, scendere i tornanti verso il lago d’Orta, mentre sfilano sul lungo lago i trailers che si avvicinano alla finish line. Da queste 10 ore trascorse a surfare sul fango mi porto a casa qualche insegnamento pratico (un cambio di indumenti in più, il telo termico da usare sotto il goretex in caso di freddo percepito) e la certezza di avere acquisito l’esperienza necessaria per gestire situazioni al limite, almeno per il tenutario di questo blog. Al di là della personale avventura la UTLO è un trail cresciuto negli anni sia per qualità organizzativa che per quantità di presenze. Da correre assolutamente.

8 ottobre 2019

6 ottobre - Calvario Trail 18K


L’autunno sembra non essere ancora arrivato, se non fosse per la nebbia che ci viene incontro mentre risaliamo la strada che porta a Domodossola. Ad attenderci è il Calvario Trail, gara a coppie, non troppo affollata, se non dai locals, come sempre agguerriti. Domodossola è città tutta da scoprire, almeno nella sua antica piazza del mercato, come da scoprire sono questi 18km che si dipanano prima lungo il Sacro Monte del Calvario e poi un su e giù muscolare, fino a toccare La Quana, circa 700 metri di altitudine, cima Coppi del trail.


Percorso molto nervoso direbbero i commentatori di giornata. Sicuramente non c’è stato d’annoiarsi tra strappi corti, ma feroci, e discese quasi tutte corribili. L’obiettivo di giornata per il tenutario di codesto blog era quello di non farsi trainare dal compagno d’avventura. Risultato raggiunto, almeno nei tratti di discesa. Prestazione ben diversa rispetto a quella di una settimana fa, con sorpasso della quarta coppia femminile nell’ultimo km.


Appunti a margine della gara: location facilmente raggiungibile, spogliatoi di scuola media un po’ d’antan e contrappasso della doccia caldissima di Aymavilles di sabato scorso – qui l’acqua era veramente gelata. Ultimo annotazione in merito alla birra. Una Bavaria nel pacco gara stride con i molti microbirrifici presenti nella zona ed al ristoro finale poteva essere offerta gratuitamente, invece che al prezzo seppure popolare di 3 eurini.

1 ottobre 2019

28 settembre - Grivola Trail (25k)


Si torna in Val d’Aosta dopo oltre un anno, precisamente a Aymavilles, che scopro essere patria di grandi alpinisti e note case vitivinicole. All’imbocco della strada per Cogne la Grivola ci guarda dall’alto e dà il nome a questo trail, giunto alla sua seconda edizione.

La gara corta (25 km) ha permesso al tenutario di questo blog di riassaporare la fatica muscolare dopo un periodo di pianura; fatica peraltro di cui non se ne sentiva la mancanza. La prima parte del percorso presenta una prima salita, lunga a sufficienza per smarrire le poche energie rimaste dopo una settimana di generale malessere. La seconda salita, se fosse possibile, è sembrata ancora più tosta (ma a quel punto le poche speranze di cavarsela in fretta e fare un salto a mondo convenienza nel primo pomeriggio erano già sparite). Come spesso accade in queste situazione occorre fare di necessità virtù e portare a casa ciò che viene. E quindi panorami stupendi (dal Bianco al Rosa), un pacco gara sufficientemente importante e un premio a tutti i finishers (per il sottoscritto consistente in un marsupio da corsa della Grivel). Gara da rifare nella versione long (35km) che offre, così mi dicevano i locals durante l’abbondante pasta party, panorami ancora più mozzafiato.



11 settembre 2019

7 settembre - Dolomiti di Brenta Trail (45K)


Pioggia battente, pioggia intermittente, piovaschi ... pioggia intermittente, pioggia battente, ecc. ecc.

Attendo in auto che spiova, mentre nuvole nere disegnano forme strane sulla superficie del lago, illuminato dalle prime luci dell’alba. Inutile. Continua a piovere. Allora mi metto in coda per il controllo del materiale obbligatorio. Oggi nessuna deroga. Ieri in quota ha nevicato e anche questo pomeriggio è prevista neve. Goretex si, goretex no. Poi si parte, che già sono le 7. Un lenzuolo nero teso dai barbuti di URMA ricorda a tutti i 600 trailers che l’unica nostra fede è la fatica e oggi siamo qui per professarla. Il primo stop, quando inizia il sentiero che porta ad Andalo, mi dà il tempo di togliere il goretex e scambiare quattro parole con uno della Valbossa, pure lui scappato dalla riserva made in Varese. I primi km sono salita corribile. Ci si scalda al solo pensiero che finalmente la pioggia ci dà una tregua. Ad Andalo poca gente infreddolita e la piazza della mia gioventù assolutamente vuota. Si sale in fila indiana, oltre l’ultimo maso, per il sentiero che taglia la forestale. Bel tracciato davvero. Strano a dirsi, ma il bosco che ci avvolge sembra anni luce lontano dalla folle urbanizzazione che ha interessato il paese ai suoi piedi. Uno shottino di the al primo ristoro e poi ci immergiamo in un single track tutto sali e scendi. Intorno arbusti bassi e conifere nascondono solo parzialmente le pareti di dolomia che si iniziano a intravedere sopra di noi. L’ambientazione è tutto molto Yosemite.

La rampa oltre Malga Spora ci porta allo scoperto quando la pioggia torna a farsi fitta. Al passo della Gaiarda si aggiunge il vento e nella successiva salita al Grostè pestiamo la prima neve di stagione. Nuvole basse avvolgono le pareti che ci sovrastano. Siamo ormai sul versante di Madonna di Campiglio. Piste da sci, funivia e allora giù in picchiata si arriva al rifugio Graffer.

Il tratto successivo è una manciata di massi lanciata da un dio che non ama i trailers. Si sta in equilibrio per grazia ricevuta sulle pietre scivolose. Ma infine arriva anche il rifugio Tuckett, con le tipiche persiane bianche e azzurre dei rifugi trentini. Il freddo si fa sentire, e allora il brodo del Tuckett, scodellato in bicchieri marcati Forst, non ha prezzo (è una delle ragioni per cui sono tornato su questi sentieri). Gambe a posto testa ancora sul pezzo, peccato le nuvole basse che mi precedono verso il punto più alto della gara, Bocca di Brenta (2552). E’ un susseguirsi di rampe brevi e cattive fino al Rifugio Brentei, per anni la casa della grande guida alpina Bruno de Tassis che qui ha scritto pagine di storia alpina. Ai meno esperti il rifugista indica il tempo per arrivare in cima alla Bocca. Si tiene largo perché siamo tapascioni che passano a valanghe di minuti dai primi. Un’ora è il tempo che impiegavo da ragazzino e che voglio impiegarci anche oggi. La chiesetta dei nostri sogni è l’ultimo avamposto prima della bufera che risale con me il vallone del Brenta. L’acqua ghiacciata tempesta il goretex ormai umido. Si intravede il ghiaione finale tutto imbiancato. Quando ci arrivo l’acqua si è fatta neve. Dalle pareti sovrastanti scendono vere cascate. Il tratto più verticale ricompatta il gruppo. Uno dietro l’altro, senza soluzione di continuità: piantare i bastoncini, fissare il piede di chi ti precede, sostituire il tuo nell’orma lasciata, non guardare in alto. Freddo bastardo, acqua dappertutto, guanti asciutti nello zaino. Siamo in cima, duecento metri e il rifugio Pedrotti accoglie tutti. Ci metto un po’ per riprendermi e soprattutto per indossare qualcosa di asciutto. Quando esco la tempesta sembra passata. 32 dei 45 km se ne sono andati e ora è discesa, da aggredire per riscaldarsi e per non perdere il filo di una camminata veloce che finalmente diventa corsa lenta. 

Gli ultimi km sono ben diversi da quell’altra volta. Lo sforzo maggiore è superare quel tipo dal cappello a falde che continuava a chiedermi di farlo passare. Poi è la passeggiata sul lungo lago, lo striscione e la spasmodica ricerca dell’unica ricompensa per la nostra fede nella fatica, la birra.



A futura memoria: la lunga da 64k, annullata quest’anno per le condizioni atmosferiche, offre un percorso più completo senza per questo “menare troppo il can per l’aia”, come spesso avviene nei trail in cui si privilegia il kilometraggio alla logica. Porta i concorrenti a transitare in angoli delle dolomiti di Brenta davvero poco frequentati. La gara corta, tuttavia, segue un percorso altrettanto logico e appagante che rende i suoi 45k (alla fine ne ho contati oltre 47) un viaggio alla scoperta di questa meravigliosa zona dolomitica. Il DBT è un trail in vera semi-autosufficienza. Volontari posti nei punti più critici, ristori sufficientemente distanti, ma non troppo (d’altronde i rifugi sono lì da tempo, impossibile spostarli!). Ristori top (si è capito che vado pazzo per il brodo del rif. Tuckett?), non manca nulla, in quantità sufficiente per 600 trailers che come al solito arrivano ai ristori pensando di essere al buffet di antipasti di un matrimonio. Nessuna pecca? All’arrivo deve essere più visibile la spillatrice della birra. Suvvia! Siamo trailers assetati e offuscati dalla fatica.

17 luglio 2019

13 luglio - Bettelmatt Skyrace (35K poi 36K)

Sfoglio il personalissimo taccuino: 2 bettelmatt run e un ultratrail, quando ancora contava 80 km. Dopo 3 anni allora eccoci ancora qui. A riempirci gli occhi di questo spettacolo naturale che è la Val Formazza. A salire sui tornanti snocciolo nomi di cime e di paesini, saturando la capacità di attenzione dei miei compagni di viaggio che ormai dormono della grossa. D'altronde cane vecchio sa ...



35K non sono pochi, ma se ci aggiungi 2600m di dislivello diventano pericolosi per chi li affronta senza il dovuto rispetto (leggi allenamento). Si sale subito dai 1700 di Riale ai quasi 3000 metri del rifugio 3A, una passeggiata in cui si supera il rif. Busto Arsizio, il nevaio del Sidel e il dilemma ramponcini si ramponicini no (si si si).


La successiva discesa di patello sul nevaio è una momentanea parentesi fredda su m####i già alquanto spianati. Si pensa di scendere a piombo verso il cancello orario di metà percorso, ed invece tocca risalire al Somma Lombardo. Primo crampo e prima foto. La discesa verso il lago di Morasco non finisce mai, come capita tutte le volte che la fai. Si corre per non essere tagliati fuori dalla corsa al cancello orario dei 17km, poi inizia il tratto più tosto verso il passo di Nefelgiù. Non per fare la rima, ma non ne posso più. Vedere il passo da lontano sembra impossibile da raggiungere, sensazione che si fa via via più concreta una volta che distano poche centinaia di metri di dislivello prima di scavallare.

Al grido: meglio un culo gelato che un gelato in culo mi getto nel toboga di neve che porta verso il lago Vannino ed il rif. Margaroli. Adesso mancheranno 10 km, forse meno ... e allora si riprende a correre. Scorci stupendi sotto la cascata del Toce, che non riescono ad alleviare la crisi che prende prima dell'ultimo strappo. Si risale il sentiero che costeggia la splendida cascata tra stop e ripartenze. I suoni degli ultimi km sono silenziati dal dolore al ginocchio che mi terrà compagnia per qualche giorno. Ma alla fine, correndo, camminando o rotolando il traguardo arriva sempre.


11 giugno 2019

2 giugno - Maratona della Valle Intrasca (34k)


Riassunto della corsa:

-  Sono poche le corse così sentite dalla gente del posto. Che poi tutta la gente del posto partecipa alla corsa (e quei pochi che non partecipano si ritrovano al Pizzo Pernice).
-   Dalle mie precedenti apparizioni ricordavo che erano solamente 5 i km pianeggianti prima di iniziare la salita, ma, come già avvenuto nelle precedenti apparizioni, poi mi accorgo che i km pianeggianti vanno abbondantemente oltre i sette
-   Così devo correre per 7 km, che pressappoco è il mio record settimanale
-   C’è da dire che il socio (la gara è da disputare a coppie) alla prima esperienza alla Valle Intrasca non si risparmia, forse pensando che la gara finisca a Cambiasca, dove inizia la salita
-   La prima parte della salita è quella più tosta, eppure la affronto sempre come se fosse la più easy, con conseguenze letali per le mie gambe (ed il morale)
-  Al Piancavallone sei pronto per la resurrezione, poi arriva il Pizzo Pernice e l'evento è posticipato
-  Chi dice che la Valle Intrasca inizia quando inizia la discesa è un saggio … cane vecchio sa
-  Da lì mancano ancora 15 km abbondanti, che per il mio socio ed il sottoscritto non passeranno più
-   Lo spirito della Valle Intrasca è nel ristoro di Cambiasca … docce fredde e pentolone con birra da bere a mestolate
-  A proposito di Cambiasca, la gara potrebbe finire qui, gli altri cinque km sono puro masochismo, soprattutto se percorsi all’ora di pranzo in una calda giornata di giugno
-  Alla fine però c’è il tappeto rosso, la medaglia di legno, due fette di anguria che ti aspettano, e la voglia di ripartire per la prossima edizione.




2 maggio 2019

28 aprile - Val Bregaglia Half Trail (23K)


“Da dove venite?”, “Da Busto Arsizio!", “Busto Arsizio? Ah…”

Arrivare alla quarta edizione è un traguardo da festeggiare per un trail. Al compleanno del Val Bregaglia Trail a Chiavenna siamo in 500, quasi tutti dallo spiccato idioma locale, sparsi tra diverse distanze (43, 23 e 8 km). Cielo terso, aria limpida e fredda, cime innevate, sembra di essere a fine settembre piuttosto che a maggio. Se ne accorgono soprattutto quelli che, come il tenutario di questo blog, hanno scelto l’half trail. Scaricati dai bus appena al di là del confine elvetico, in quel di Bondo, aspettiamo lo start in vasta zona d’ombra per oltre mezz’ora. Non ci fossero sopra di noi il Badile e il Cengalo (do you know?) a scaldare i cuori, potremmo attendere la partenza qualche km più giù nell’ufficietto del Loris Bernasconi che ci ha fermato alla dogana.


Poi arriva lo start. Un giro per prati svizzeri e subito si sale per un sentiero a gradoni, meravigliosa opera umana. Saranno 300 metri di dislivello, ma presi di petto fanno male. Ci si distrae a guardare le cime che scorrono di fianco. Poi un'accelerata perché il sentiero spiana. Uno smile al fotografo e inizia la discesa. Non finisce più. La caserma della guardia di finanza saluta il ritorno in terra italiana. Ora è pianura e tocca veramente correre. Accanto il fiume Mera, per lunghi tratti. Gruppi di tifosi applaudono il tipo del posto che ci precede, duro correre con la crew che crede più di te nelle tue capacità. Oltre la metà gara si sale a Savogno. Siamo alla fine delle salite. Ora serve solo menare le gambe. Tanta discesa anche tosta. Si arriva alle cascate dell’Acquafraggia in piena riserva. Mi stoppo con la scusa del selfie, poi il socio mi traghetta fino al traguardo con il passo del mezzofondista che c’è in lui.


Bella gara, ruspante, ma non troppo. Sarebbe da cimentarsi sulla distanza più lunga per non privarsi troppo in fretta delle belle sensazioni che dà l’ambiente in cui si svolge. Il valore aggiunto del trail è, infatti, il paesaggio tutto intorno (se la giornata è quella di oggi), ma anche il piatto di pizzoccheri chiavennaschi del pasta party, a cui ambivo, per dirla tutta, fin dal momento dell'iscrizione. Una giornata gustata ad un ritmo un po’ troppo veloce per il tapascione che è in me.



3 aprile 2019

31 marzo - Maremontana (45K)


"At some point during an ultramarathon, you are going to hurt, a lot."

E la frase di Jason Koop risulta ancora più vera quando si deve affrontare il primo trail dell'anno. A Loano si celebra a fine marzo la classicissima di inizio stagione (e non siamo qui a parlare della Milano-Sanremo). 1100 trailer diluiti su varie distanze (14, 20, 45 e 60), a godersi un weekend fatto di sole, professionalità organizzativa e sentieri che, partendo dalla spiaggia arrivano fino ai 1300 metri del Monte Carmo. Ingredienti semplici, che hanno attirato alla decima edizione della Maremontana anche i top trailer italiani.



Sfumato, giustappunto, un selfie con il Dega, poi vincitore della 45K, durante le fasi di punzonatura (mi sembrava scortese rubare un attimo di intimità ad un gigante, così di buon mattino) il tenutario del blog ha  potuto sperimentare un'altra volta ancora che la comfort zone esiste solo per gli altri. Non che sia andata peggio del previsto. La prima salita è stata lunga, ma non troppo dura, poi tratti di su e giù anche tosti, e poi la seconda salita, questa sì lunga e dura, fino alla cima Coppi della gara.



Momenti di meraviglia hanno accompagnato la giornata del tenutario di questo blog. Nell'osservare la vegetazione mediterranea piena di profumi che si mischia con quella tipicamente montana. Meraviglia per quelle zampette ancora in perfetta spinta dei primi trailers della 60K che mi sverniciavano dopo tante ore di gara. E meraviglia per quella corsetta a ritmo blando che ancora caratterizzava la corsa del sottoscritto negli ultimi 15 chilometri. Poi il caldo dell'ora di pranzo, alcune salite messe a tradimento per scongiurare l'arrivo del Tapabada entro le 8 ore di gara e gli ultimi 500 metri sulla sabbia, scansando famigliole stese a rosolare, hanno tolto la vena romantica che aveva caratterizzato l'esperienza domenicale fino ad allora.
Nulla di insopportabile, si intende.




15 gennaio 2019

13 gennaio - Soft Trail (20K)


Oggi si è corso ad Annone Brianza un soft trail (ossimoro podistico) a coppie. Da queste parti ci si viene solitamente per salire in verticale al Cornizzolo o al Monte Rai. Così ho corso questi 20 km col naso all’insù, attirato dalla bellezza delle cime tutte intorno e dalla meravigliosa giornata adatta più ad un panino gustato a mezza quota che ad una fatica podistica tutta piatta.

L’impegno di correre ad un ritmo per lo meno sufficiente a non rallentare oltremodo il compagno di giornata è stato arduo. Soprattutto nei chilometri finali, quando non c’erano più gambe e fiato per continuare a correre. Come mi capita ormai di frequente ho fatto allora appello alla forza di volontà. Quando il talento manca e l’età avanza solo la volontà può tenerti sulla retta via. E anche questa volta è stato così.



8 gennaio 2019

2018

So! 1848 km, 44000 metri in salita, un infortunio (non troppo serio, ma tanti acciacchi), 8 gare, di cui una non portata a termine (fermato al cancello orario). Se si esclude l’infortunio il 2018 è stata la copia carbone del 2017.
La gara più emozionante: la CCC, perché era il mio primo trail oltre i 100 km, perché le mie gambe mi hanno sostenuto per oltre 24 ore consecutive, perché siamo a Chamonix, capitale del trail running.
La gara più dura: Monte Rosa Walser Trail, lunghe salite e discese altrettanto toste in un ambiente stupendo.
La gara più difficile: come sempre la prima di stagione, OrnaTrail, al pari del TOZ, che anche nella versione long, non ho proprio digerito.
La gara più bella: quella di casa, Garda Trentino Trail, per i panorami che offre, per il periodo in cui si corre, per il tracciato.

Ci si rivede sui sentieri nel 2019!


14 settembre 2018

31 agosto - CCC (101K)

Faccio la CCC!”
“Cosa fai?”
“La CCC, Courmayeur, Champex, Chamonix”
“E che cos’è?”
“Vabbè lasciamo stare..”

La CCC non si può descrivere, e quindi non lo farò. Fondamentale è però sapere che si tratta di una corsa di 100km, 6100 metri di dislivello e che fa il mezzo giro del massiccio del Monte Bianco, partendo da Courma e arrivando a Chamonix, capitale del trail, almeno nell’ultima settimana di agosto. Detto così 100 km e 6100 metri su e giù per colli sembra cosa da fare tremare i polsi, ma in pratica è un trail dove chi ne ha può correre per lunghi tratti, in modo da evitare di farsi sopraffare dall’ansia dei cancelli orari come avvenuto al sottoscritto.



A livello prestazionale gli obiettivi del Tapabada erano nell’ordine:
- non farsi male
- portare a termine nel tempo limite la prima gara da 100 km a cui partecipavo
- avere ancora le energie negli ultimi 200 metri per individuare la family ed essere immortalato mano nella mano con le figlie sotto il traguardo.

Senza lasciare col fiato sospeso i lettori del blog dico subito che gli obiettivi sono stati raggiunti. Ma tra la partenza e l’arrivo si sono alternati tanti stati d’animo e tanti momenti di corsa che hanno fatto di questa CCC un lungo viaggio più che un trail. Di questi momenti ne fisso due: l’anziana signora svizzera che verso le 23 attende gli ultimi concorrenti fuori casa con un termos di tè da offrire e il chilometro lanciato per arrivare al ristoro di Vallorcine al km 84, prima il cancello orario venisse chiuso. Non pensavo di farcela, ero pronto a gettare la spugna, ma poi una vocina si è insinuata nel cervello e ne ho fatto un karma. Così alla fine mi porto a casa questa lezione, che già si conosce, ma che vale la pena ogni tanto ripetere ad alta voce: volere è potere.


Fino a qui le mie impressioni. Per gli aficionados del genere ecco la long version della mia CCC.

Ed eccoci finalmente a Courmayeur. Dopo mesi passati a decidere quale materiale utilizzare, a saccheggiare Amazon in cerca di oggetti strani, tipo cappello tipo sahariana, a macinare chilometri su per i monti ad ore antelucane, finalmente arriva il momento di vedere se 100 chilometri fanno per il Tapabada.

Courmayeur a fine agosto appare tranquilla come l’hotel, in cui si alloggia. Ci troviamo a 100 metri dallo Sport Center, dove si ritirano i pettorali, e dieci metri sopra la Dora Baltea che scorre tumultuosa sotto la finestra della nostra camera. La family è al completo, pronta a documentare la pazzia di un cinquantenne a cui un giorno è venuta l’idea di festeggiare il traguardo dei 50, doppiandone la cifra, ma in chilometri.

Sveglia alle 6, colazione in camera, perché in hotel la colazione prima delle 8 no e poi no, e poi si va in piazza con largo anticipo per calarsi nella parte.

Qualche selfie, un’intervista con il TGR VdA, e poi la partenza nella seconda onda (9.15). Si parte lenti e già fuori dal paese E., compagna di giornata, ed il tenutario del blog iniziano a camminare. Tra fermate e ripartenze dovute all’intenso traffico (ma quanti siamo?) si arriva alla Tete de la Tronche, cima Coppi della CCC a 2584 metri (i primi 10 chilometri e 1400 metri di dislivello messi in magazzino). 




Si riprende a correre, dopo averlo fatto solamente nei primi 200 metri della gara. Sulla strada per il Rifugio Bertone, primo ristoro della gara, occorre cimentarsi su un falsopiano che termina con un tuffo a bomba sul rifugio. Rifornimenti solidi, mocetta, formaggio e tuc salati, il primo brodo (squisito), coca cola. Sono 14 chilometri in 3,8 km/h che dovrebbe essere il minimo sindacale per arrivare in fondo senza l’ansia dei cancelli orari. Il tratto successivo fino al Rifugio. Bonatti offre una stupenda balconata sul massiccio del Monte Bianco. Dislivello minimo che invita a correre e molti lo fanno, superandomi senza necessità di mettere la freccia. Mi sento bene, comunico con la crew che mi attende al prossimo ristoro di Arnouvaz. Assaggio la prima spaghettata immersa nel brodo. La mangio con le mani, non avendo voglia di utilizzare le posate infilate nello zaino. Spira un forte vento, il tempo sta cambiando e di fronte a noi il Monte Bianco è coperto dalle nuvole. Si riparte verso Arnouvaz, cinque chilometri da fare gambe in spalla, in discesa verso l’avanposto della Val Ferret, che rappresenta il primo cancello orario della gara (16.30). Ci arrivo con una mezzora di anticipo. C’è confusione nel tendone dove si ammassano molti concorrenti per evitare il vento gelato che si rinforza là fuori. Mi infilo la giacca goretex, un ultimo saluto alla crew che mi incita ai piedi della salita verso il Grand Col Ferret, linea di confine con la Svizzera. Ancora prima della metà della salita le quattro gocce diventano pioggia insistente, come da previsioni meteo. Evito di fermarmi per mettere i guanti da cucina e i sovrapantaloni, come invece fanno in tanti. Il sentiero sale prima molto deciso, poi nella seconda metà diventa più agile. Mi sento bene, guardo indietro. Con E., che procede qualche tornante sotto, ci incitiamo a gesti, un bastoncino alzato, un cenno con la mano. Si sale e il freddo si fa sentire, sono pronto a tirare fuori i guanti perché le dita iniziano a raffreddarsi. A salvarmi arriva il cippo confinale. Nella nebbia scorgo una tenda del pronto soccorso. Aspettare E. vorrebbe dire gelarsi in pochi minuti e allora inizio a scendere. Preferisco andare lentamente e attendere di essere raggiunto. Qui si corre, cerco di farlo anch’io in bilico sul fango che copre i sentieri. E’ un continuo zigzagare per evitare le zone più infide. Al controllo di Le Peule, chissà perché credo, di trovare strade poderali più corribili, invece si continua a scendere su single tracks lavati dalle piogge. Solamente negli ultimi chilometri prima del ristoro di La Fouly si raggiunge la strada sterrata. Si può correre, ma è difficile. Piove, inizia a scendere l’oscurità ed E. non si vede. Arrivo con oltre un’ora di vantaggio sul cancello delle 20.30. Prima cosa trovare una panca in mezzo alla tanta gente che staziona nel tendone e cambiarsi. Poi arriva E. Attendo con la frontale già in testa che si cambi e si rifocilli. Usciamo da La Fouly con solo 17 minuti dalla barriera oraria delle 20.30. Il tratto fino a Champex-Lac deve essere uno dei più belli della CCC, ma con il buio il mondo resta confinato dentro il cono di luce della frontale. Discesa tranquilla fino ad Issert, prima su un sentiero che costeggia un salto non indifferente, poi su asfalto in mezzo ai tipici paesi ordinati che incontri in ogni angolo svizzero. Case da cui fa capolino la luce del salotto. Il clima autunnale non invita ad uscire e fare il tifo (forse riserveranno le forze per la notte successiva quando passeranno i trailers della più blasonata UTMB). Solo una coppia di anziani, termos in mano e bicchieri di plastica, offre the alle retrovie di questa corsa. Iniziano i chilometri di salita che precedono Champex-Lac. La salita non è né tosta né lunga, ma senza riferimenti e con l’assillo del cancello orario delle 23.30 sembra non finire più. 

Ai 1400 metri di Champex-Lac il freddo della notte inizia a farsi sentire. Precedo di 20 minuti il cut off delle 23.30. Preferisco non cambiarmi. Penso a mangiare (pasta senza condimento e poi ancora immersa nel brodo, un po’ di coca cola). I tavoli sono quasi tutti vuoti. Restano i famigliari di chi ha seguito fin qua parenti e amici in corsa. Arriva anche E. Lei si cambia. Io indosso i guanti da cucina sopra gli altri per ripararmi dall’umidità ed esco. L’attesa mi raffredda. Rientro. Con E. usciamo a due minuti dal cut off. La prossima sfida è tra 5 chilometri dove il cancello orario ci attende tra un’ora, all’imbocco dell’ennesima salita che ci porterà a Bovine e poi a La Giete. Si va a passo svelto, ma non corriamo. Si forma un gruppetto abbastanza nutrito, per la maggior parte da asiatici, un inglese (forse) e qualche spagnolo. Arriviamo trafelati al cancello rappresentato solo da un furgone dell’assistenza. Lo oltrepassiamo e ci fermiamo (E. a mangiare qualcosa ed io a indossare i sovrapantaloni). Ora siamo rimasti proprio gli ultimi. Si affacciano i primi dubbi: ritirarsi o continuare? Le luci delle nostre frontali attirano l’attenzione dei volontari addetti al cancello orario. Uno di loro si avvicina: siamo decisi a mollare tutto? Quel volontario sembra proprio arrivare al momento giusto. Un breve tragitto in furgone fino a Champex-Lac e tutto sarebbe finito. Non mi ricordo chi di noi due, forse entrambi, assicura il volontario che stiamo bene e che la nostra intenzione è quella di procedere. Si riparte. In alto sulla destra possiamo scorgere le luci di altre frontali che si alzano lungo la montagna di cui si scorge solo la sagoma scura contro il cielo. Questo è il momento di incoraggiarsi. E. mi dà la carica come ha fatto fino a qui, esortandomi a non mollare. Il passo è quello giusto e la salita costante, senza eccessive pendenze, ci aiuta. Iniziamo a riprendere gli ultimi della fila. La luna ora splende in cielo e ci assiste nel cammino. Infine il sentiero spiana e davanti a noi le frontali disseminate lungo il percorso ci spronano a continuare con questo passo. L’ultimo strappo prima della discesa verso Trient ci trova un po’ piantati sulle gambe. Ma abbiamo superato un buon numero di concorrenti, non essere ultimi ci conforta.

A La Giete, appena iniziata la discesa, il controllo volante si trova all’interno di un casolare basso, forse una ex stalla. Ci sono trailers che dormono e solo una tazza di brodo per scaldarci. La strada verso Trient resta un po’ sfumata nei miei ricordi. Ora mi butto in discesa, superando un po’ di gente. Arrivo con 7 minuti di vantaggio sul cut off al ristoro di Trient. Mangio due tuc, riempio le borracce d’acqua dal rubinetto posto fuori dal tendone ed esco ad aspettare E.. Arriva, riesce solo a chippare e poi esce. Demoralizzata, incazzata, ha fame. Alza la voce: così non si fa! Devo mangiare. Non le permettono di rientrare. Si siede sul marciapiede. Una crisi di pianto: non mollare stella! Non mollare, siamo arrivati fino a qui, il peggio è passato. Ci riprendiamo entrambi. La “scopa” mi chiede se sono in gara e se voglio continuare. Ma scherzi? Siamo ancora ultimi, no, dietro a noi altre due persone e i due ragazzi che fanno da scopa. Io davanti, E. dietro. Faccio l’andatura, la stimolo a non perdere il ritmo. Dopo la crisi si è ripresa alla grande. Mi segue e allora andiamo a prenderci l’ultima vera salita della gara: Catogne a 2000 metri di altitudine. Ultima, ma sicuramente la più tosta. 700 metri di dislivello senza se e senza ma, “un dritto per dritto” dove sono in tanti a fermarsi per riprendere fiato. Anche noi iniziamo ad essere in riserva. Ma anche qui il nostro passo si rivela migliore di altri. Riprendiamo alcuni concorrenti, quasi sempre asiatici. A Les Tseppes un controllo volante e un bicchiere di coca. Altri 100 metri su in alto e siamo al confine tra Svizzera e Francia. Dietro di noi albeggia, di fronte un cielo livido, nuvole basse all’orizzonte. Proviamo a correre, mi giro ed E. è già lontana. La discesa verso Vallorcine ed il cancello delle 7.15 mi sembra infinita. Mi attardo dietro qualcuno che procede lentamente, un gruppo di frontali si sta avvicinando. Non va bene. Inizio a superare chi mi sta davanti. Ora siamo sulle piste da sci. Guardo l’orologio: sono le 6.49 e non so quanto manchi a Vallorcine. Inizia a prendermi lo sconforto, cammino, corricchio. Tanti pensieri negativi si affollano nella mia mente in questa alba grigia. Va bene è andata così, di più non potevo fare… come posso essermi messo in testa una sfida così grande per me. Poi una voce si insinua lentamente: provaci, almeno potrai dire di avere dato tutto. La voce diventa un karma e riprendo a correre con tutta la voglia e la rabbia di non restare fuori, di non essere escluso dal mio sogno proprio adesso che manca così poco al traguardo finale. Mi getto a capofitto, come fossi appena partito per un 10mila metri, prima sulle pista da sci e poi su un sentiero pieno di rocce in bella evidenza. Mi dico che sono spacciato: impossibile fare velocità su questo tracciato. Ma alla fine sono a Vallorcine, corro a perdifiato. Entro nel tendone che mancano 6 minuti alla fine delle ostilità. Bevo, riempio le borracce, poi esco a cambiarmi le calze (ormai non riesco ad appoggiare normalmente il mio piede sinistro che mostra una vescica abbastanza importante sull’esterno del tallone). Mi siedo sui gradini del bar della stazione e attendo che arrivi E.. Non si vede all’orizzonte. A quel punto riparto, contento per avere passato l’ultimo ostacolo di questa gara, ma ugualmente dispiaciuto per non averla aiutata a superare questo cancello. “Non è la nostra gara è la tua gara”, le sue parole mi suonano nella testa. 

Riprendo più leggero. E’ stata cancellata la salita alla Tete aux Vents a causa della chiusura di un sentiero e la strada ora procede per diversi chilometri in piano fino a entrare nel parco naturale delle Aguille Rouges. L’asfalto torna ad essere sentiero e salendo ci si ricompatta a gruppetti per l’erta finale. Il passo è già quello di chi ce l’ha fatta. Onestamente non ho ben chiaro se si debba scendere o salire per arrivare a Flegere, l’ultimo cancello prima di Chamonix, fissato alle 10.45. Però ci arrivo di gran carriera, spingendo sulle gambe e sui bastoni. Un po’ di liquidi, una barretta e fuori dal tendone il cartello che indica gli ultimi 8 chilometri mi emoziona. Adesso è tutta discesa. Le gambe iniziano a farmi male, la vescica mi dà fastidio, ma stringo i denti e scendo a punciot (do you know?). Non vedo sentieri, non vedo ostacoli. Solo tanta gente che mi viene incontro (soprattutto trailers che risalgono per assistere alla battaglia dei top runners nella UTMB che passeranno da qui tra qualche ora). I bravò si sprecano. Scendo come se non avessi pagato il panino col salame al Mimmo su alla Gianetti. Imbocco gli ultimi chilometri di asfalto. Ci sono concorrenti che si fermano per mettersi la maglia pulita, togliersi l’antivento. Io continuo a spingere come se non ci fosse domani, perché non vedo l’ora di abbracciare la crew, perché se mi fermassi a pensare mi verrebbero le lacrime. Troppe le emozioni, la fragilità che è diventata forza, volontà di farcela. Penso solamente a correre. E poi gli ultimi chilometri che valgono da soli il biglietto per Chamonix. Due ali di folla ad incitare anche l’ultimo dei tapascioni. Uno spettacolo che mi lascia senza fiato, abituato come sono ad arrivare quando hanno già sgonfiato il gonfiabile. Qui invece all’ultima curva gli applausi si alzano ancora più forti. Ma io ho solo occhi per la crew. Con loro arrivo fino in fondo, con la consapevolezza di avere vinto anch’io. #nevergiveup

P.S. durante le foto del dopogara avviene la premiazione del De Gasperi tra i primi della CCC. Mi viene da sorridere, ripensando alla notte quando, tra le battute scambiate con E., ci chiedevamo se il primo degli italiani avrebbe atteso l’ultimo sulla linea del traguardo per rendergli onore …



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