Se c'è una bella al mondo sei più bella tu
Se c'è chi è troppo bella tu lo sei di più
Sei qui davanti a me ma non mi sembra vero
Accidenti come sei bella
I versi del Vate mi frullavano in
testa nei giorni precedenti il DBT, ma non mi capacitavo il perché di tanta
insistenza. Poi arrivo a Molveno e nel giro di 24 ore comprendo a cosa andava
dietro il cervello. Essere in Brenta è tornare all’infanzia, ai luoghi in cui
ho trascorso le estati più ricche, gli inverni più nevosi. Guardo verso il
Campanile Basso anche se dal lago il panorama non è quello che ammiri qualche
km più in là, ad Andalo. Ma qui si ha la
percezione di cosa incombe sopra di te, la sensazione che domani sarai lassù a
giro per chissà quante ore. La notte è agitata: allenamenti zero nelle ultime tre
settimane, dimentico che per un tapascione arrivare al traguardo dopo 64km è
questione di mettere un piede avanti all’altro, niente di più, niente di meno.
E poi ho il piano B, stringere i denti fino al 30esimo e poi mollare la banda e
tornare a valle (che già ne farei oltre 40).

Si parte con buio e caldo porco per
questo periodo. Luce spenta che tanto ci sono gli altri e una volta nel bosco
prendi la scia; chissà mai che si debba stare veramente fuori fino alle 23 della tarde e allora la torcia servirà carica eccome.
Andalo alle prime luci, la Paganella
stuprata dalle piste da sci di fronte a me, il cartello AFFITTASI davanti al villino
dello Jacopo di Cannaregio. Quante emozioni, quanto spleen. Poi su per il 301
in cerca di orsi. La salita è lunga, un po’ a strappi. Si sale tutti insieme.
Dopo il primo ristoro inizia il single track e più avanti la deviazione della
64K ci porta nella Val dei Cavai. Qui inizia la wilderness del Brenta, che ci accompagnerà fino al 30esimo. Stupenda e fredda questa valle. La nostra è
una lunga fila transumante, il silenzio di un luogo lunare rotto solo dal
rumore dei bastoncini che scivolano sulla nuda roccia. Qualche scatto fotografico
dalla Sella del Montoz e poi si riprende a correre, finchè c’è benzina. L’aria
calda mi costringe a bere spesso. Mi servo alla fontana delle malghe sparse sul
percorso.

Al ristoro di Malga Termoncello prendo tutto il tempo necessario a
mangiare e bere (solo acqua e the, coca zero, nel suo significato reale, non
dietetico). Riprendo e la mortazza balla nello stomaco. Sempre meglio dei gel
che tengo nello zaino e che proprio non vanno giù. Si passa sopra il lago di
Tovel (che spettacolo!). Impossibile non fermarsi e far partire gli scatti.

Riprendo fiato,
mentre il bosco cede alla radura ed io ai primi segni di stanchezza. La sete è
pressante, cerco di stare in coda ai gruppetti che mi superano, ma è
impossibile. A Malga Flavona la salita mi prende allo stomaco. Ripida e breve fa male. Rifiato sul successivo altopiano di Campo Flavona e arrivo al Passo
della Gaiarda (30esimo km), obiettivo minimo di giornata. Mi guardo attorno: solo due ragazze a fare la spunta dei
numeri. Tornare indietro non se ne parla. Sono ampiamente dentro il cancello
orario. Allora su verso il Passo del Grostè. Il sottostante Rifugio Graffer, raggiunto con elegante scodinzolo su piste da sci polverose, segna metà gara. Qui
si avvistano i primi turisti, ma non si vede ancora la coca cola. Decido allora
di investire 3 euri per una sana bevanda scura e gassata (no niente Guinness sorry!). Telefonare,
mangiare, whatappare, bere: il “gioca jouer” di noi trailers. Da qui in poi di
ritiro non se ne parla, non fosse altro che per il tempo che dovrei impiegare per
tornare a Molveno con i mezzi dell’organizzazione. Allora un, due, tre in
marcia.

La discesa verso Vallesinella si fa in un botto, fischiettando ai turisti per aprire la pista. Poi è tutta risalita, interminabile con
i merenderos ad incitarti o a guardarti strano. Al Rifugio Casinei sono
già stracco, ma di strada per il Tuckett ce n'è ancora (400 metri più in alto).
Vado fuori giri. Tocco il punto più basso della giornata e chissà se tornerò a galla. Arrivare al rifugio è
un calvario senza stazioni (di servizio). Il cielo diventa nero - sarà forse
suggestione? Se i bambini, che incontro salendo, cambiassero direzione, mi
svernicerebbero pure loro. Arriva, arriva, ma non arriva mai ‘sto rifugio. Poi le classiche imposte bianco-celesti dei rifugi SAT
si stagliano sopra di me.
Mi attendono tre tazze di brodo caldo, bicchieri di sana
sprite e formaggio. Ne mancano 23 a Molveno. Un tipo si avvicina al gestore del
rifugio e gli fa “Ho qualche problema. Come faccio a ritirarmi?”. Al pensiero di dover
tornare giù fino al bus che lo attende qualche km più sotto si accosta alla balaustra
e vomita tutto. Intanto il mio sballo è passato, cambio la maglia, mentre i
tuoni si avvicinano. Lo spettacolo del Brenta è da cartolina: Crozzon, Cima
Tosa, Campanile Basso.

Un ristoro volante davanti al rifugio Brentei che fu di
De Tassis e via per il sentiero che risale l’alta valle. In fondo si staglia in
tutta la sua verticalità la Bocca di Brenta. Temo il freddo che la
pioggerellina porta con sé, il vento ed il buio, che mi avvolgerà prima del mio
arrivo. Ma ugualmente guardo verso l’alto e sento la mia impresa più vicina. Minuscoli
puntini risalgono il ghiaione che porta alla Bocca.
Ci arrivo anch’io,
ma con le gambe molli ed il ritmo di una Duna imballata. La salita è l’ultima
di giornata (lo deve essere per forza!). La foto che scatto allo scollinamento mi ritrae in una smorfia di dolore, ma sereno.
Al rifugio Pedrotti
sono quasi 12 ore che sono a giro e 50 km nelle gambe. Mi godo la pace del momento e del luogo. Non vorrei essere da nessun'altra parte se non qui, con il solo gracchiare delle taccole che volteggiano sopra di noi a spezzare l'incantesimo del silenzio e dei miei ricordi.

Adesso giù fino alla fine. Selvata, Croz dell’Altissimo, quante volte sono
passato da questi rifugi nella mia gioventù. Mai però così stanco. E’ un lento
cammino, mentre arranco sul falsopiano che porta al Pradel. Il lago è lì sotto,
ma il giro che gli organizzatori hanno pensato per noi è ancora lungo, pesante
più per la testa, incapace di gestire questi km inutili, che per il fisico. L’avventura
si chiude che il buio è ormai pesto sulle rive del lago. Poca gente, distratta
intorno al gonfiabile, fa da spettatrice all’arrivo di uno degli ultimi
tapascioni. Oltre 14 ore per 64km e poco meno di 4000 m di dislivello, ma ce l’ho fatta! Il
ristoro finale è ormai scomparso, ma non la voglia di incazzarmi per questo scherzo di cattivo gusto. Senza un goccio d’acqua
mi sento ancor più un sopravvissuto. Se poi non ti sei
portato il ticket del pasta party a spasso per il Brenta tutto il giorno ti
tocca anche fare a meno della birra. Eppure oggi va bene così: incazzato e
felice.