14 settembre 2018

31 agosto - CCC (101K)

Faccio la CCC!”
“Cosa fai?”
“La CCC, Courmayeur, Champex, Chamonix”
“E che cos’è?”
“Vabbè lasciamo stare..”

La CCC non si può descrivere, e quindi non lo farò. Fondamentale è però sapere che si tratta di una corsa di 100km, 6100 metri di dislivello e che fa il mezzo giro del massiccio del Monte Bianco, partendo da Courma e arrivando a Chamonix, capitale del trail, almeno nell’ultima settimana di agosto. Detto così 100 km e 6100 metri su e giù per colli sembra cosa da fare tremare i polsi, ma in pratica è un trail dove chi ne ha può correre per lunghi tratti, in modo da evitare di farsi sopraffare dall’ansia dei cancelli orari come avvenuto al sottoscritto.



A livello prestazionale gli obiettivi del Tapabada erano nell’ordine:
- non farsi male
- portare a termine nel tempo limite la prima gara da 100 km a cui partecipavo
- avere ancora le energie negli ultimi 200 metri per individuare la family ed essere immortalato mano nella mano con le figlie sotto il traguardo.

Senza lasciare col fiato sospeso i lettori del blog dico subito che gli obiettivi sono stati raggiunti. Ma tra la partenza e l’arrivo si sono alternati tanti stati d’animo e tanti momenti di corsa che hanno fatto di questa CCC un lungo viaggio più che un trail. Di questi momenti ne fisso due: l’anziana signora svizzera che verso le 23 attende gli ultimi concorrenti fuori casa con un termos di tè da offrire e il chilometro lanciato per arrivare al ristoro di Vallorcine al km 84, prima il cancello orario venisse chiuso. Non pensavo di farcela, ero pronto a gettare la spugna, ma poi una vocina si è insinuata nel cervello e ne ho fatto un karma. Così alla fine mi porto a casa questa lezione, che già si conosce, ma che vale la pena ogni tanto ripetere ad alta voce: volere è potere.


Fino a qui le mie impressioni. Per gli aficionados del genere ecco la long version della mia CCC.

Ed eccoci finalmente a Courmayeur. Dopo mesi passati a decidere quale materiale utilizzare, a saccheggiare Amazon in cerca di oggetti strani, tipo cappello tipo sahariana, a macinare chilometri su per i monti ad ore antelucane, finalmente arriva il momento di vedere se 100 chilometri fanno per il Tapabada.

Courmayeur a fine agosto appare tranquilla come l’hotel, in cui si alloggia. Ci troviamo a 100 metri dallo Sport Center, dove si ritirano i pettorali, e dieci metri sopra la Dora Baltea che scorre tumultuosa sotto la finestra della nostra camera. La family è al completo, pronta a documentare la pazzia di un cinquantenne a cui un giorno è venuta l’idea di festeggiare il traguardo dei 50, doppiandone la cifra, ma in chilometri.

Sveglia alle 6, colazione in camera, perché in hotel la colazione prima delle 8 no e poi no, e poi si va in piazza con largo anticipo per calarsi nella parte.

Qualche selfie, un’intervista con il TGR VdA, e poi la partenza nella seconda onda (9.15). Si parte lenti e già fuori dal paese E., compagna di giornata, ed il tenutario del blog iniziano a camminare. Tra fermate e ripartenze dovute all’intenso traffico (ma quanti siamo?) si arriva alla Tete de la Tronche, cima Coppi della CCC a 2584 metri (i primi 10 chilometri e 1400 metri di dislivello messi in magazzino). 




Si riprende a correre, dopo averlo fatto solamente nei primi 200 metri della gara. Sulla strada per il Rifugio Bertone, primo ristoro della gara, occorre cimentarsi su un falsopiano che termina con un tuffo a bomba sul rifugio. Rifornimenti solidi, mocetta, formaggio e tuc salati, il primo brodo (squisito), coca cola. Sono 14 chilometri in 3,8 km/h che dovrebbe essere il minimo sindacale per arrivare in fondo senza l’ansia dei cancelli orari. Il tratto successivo fino al Rifugio. Bonatti offre una stupenda balconata sul massiccio del Monte Bianco. Dislivello minimo che invita a correre e molti lo fanno, superandomi senza necessità di mettere la freccia. Mi sento bene, comunico con la crew che mi attende al prossimo ristoro di Arnouvaz. Assaggio la prima spaghettata immersa nel brodo. La mangio con le mani, non avendo voglia di utilizzare le posate infilate nello zaino. Spira un forte vento, il tempo sta cambiando e di fronte a noi il Monte Bianco è coperto dalle nuvole. Si riparte verso Arnouvaz, cinque chilometri da fare gambe in spalla, in discesa verso l’avanposto della Val Ferret, che rappresenta il primo cancello orario della gara (16.30). Ci arrivo con una mezzora di anticipo. C’è confusione nel tendone dove si ammassano molti concorrenti per evitare il vento gelato che si rinforza là fuori. Mi infilo la giacca goretex, un ultimo saluto alla crew che mi incita ai piedi della salita verso il Grand Col Ferret, linea di confine con la Svizzera. Ancora prima della metà della salita le quattro gocce diventano pioggia insistente, come da previsioni meteo. Evito di fermarmi per mettere i guanti da cucina e i sovrapantaloni, come invece fanno in tanti. Il sentiero sale prima molto deciso, poi nella seconda metà diventa più agile. Mi sento bene, guardo indietro. Con E., che procede qualche tornante sotto, ci incitiamo a gesti, un bastoncino alzato, un cenno con la mano. Si sale e il freddo si fa sentire, sono pronto a tirare fuori i guanti perché le dita iniziano a raffreddarsi. A salvarmi arriva il cippo confinale. Nella nebbia scorgo una tenda del pronto soccorso. Aspettare E. vorrebbe dire gelarsi in pochi minuti e allora inizio a scendere. Preferisco andare lentamente e attendere di essere raggiunto. Qui si corre, cerco di farlo anch’io in bilico sul fango che copre i sentieri. E’ un continuo zigzagare per evitare le zone più infide. Al controllo di Le Peule, chissà perché credo, di trovare strade poderali più corribili, invece si continua a scendere su single tracks lavati dalle piogge. Solamente negli ultimi chilometri prima del ristoro di La Fouly si raggiunge la strada sterrata. Si può correre, ma è difficile. Piove, inizia a scendere l’oscurità ed E. non si vede. Arrivo con oltre un’ora di vantaggio sul cancello delle 20.30. Prima cosa trovare una panca in mezzo alla tanta gente che staziona nel tendone e cambiarsi. Poi arriva E. Attendo con la frontale già in testa che si cambi e si rifocilli. Usciamo da La Fouly con solo 17 minuti dalla barriera oraria delle 20.30. Il tratto fino a Champex-Lac deve essere uno dei più belli della CCC, ma con il buio il mondo resta confinato dentro il cono di luce della frontale. Discesa tranquilla fino ad Issert, prima su un sentiero che costeggia un salto non indifferente, poi su asfalto in mezzo ai tipici paesi ordinati che incontri in ogni angolo svizzero. Case da cui fa capolino la luce del salotto. Il clima autunnale non invita ad uscire e fare il tifo (forse riserveranno le forze per la notte successiva quando passeranno i trailers della più blasonata UTMB). Solo una coppia di anziani, termos in mano e bicchieri di plastica, offre the alle retrovie di questa corsa. Iniziano i chilometri di salita che precedono Champex-Lac. La salita non è né tosta né lunga, ma senza riferimenti e con l’assillo del cancello orario delle 23.30 sembra non finire più. 

Ai 1400 metri di Champex-Lac il freddo della notte inizia a farsi sentire. Precedo di 20 minuti il cut off delle 23.30. Preferisco non cambiarmi. Penso a mangiare (pasta senza condimento e poi ancora immersa nel brodo, un po’ di coca cola). I tavoli sono quasi tutti vuoti. Restano i famigliari di chi ha seguito fin qua parenti e amici in corsa. Arriva anche E. Lei si cambia. Io indosso i guanti da cucina sopra gli altri per ripararmi dall’umidità ed esco. L’attesa mi raffredda. Rientro. Con E. usciamo a due minuti dal cut off. La prossima sfida è tra 5 chilometri dove il cancello orario ci attende tra un’ora, all’imbocco dell’ennesima salita che ci porterà a Bovine e poi a La Giete. Si va a passo svelto, ma non corriamo. Si forma un gruppetto abbastanza nutrito, per la maggior parte da asiatici, un inglese (forse) e qualche spagnolo. Arriviamo trafelati al cancello rappresentato solo da un furgone dell’assistenza. Lo oltrepassiamo e ci fermiamo (E. a mangiare qualcosa ed io a indossare i sovrapantaloni). Ora siamo rimasti proprio gli ultimi. Si affacciano i primi dubbi: ritirarsi o continuare? Le luci delle nostre frontali attirano l’attenzione dei volontari addetti al cancello orario. Uno di loro si avvicina: siamo decisi a mollare tutto? Quel volontario sembra proprio arrivare al momento giusto. Un breve tragitto in furgone fino a Champex-Lac e tutto sarebbe finito. Non mi ricordo chi di noi due, forse entrambi, assicura il volontario che stiamo bene e che la nostra intenzione è quella di procedere. Si riparte. In alto sulla destra possiamo scorgere le luci di altre frontali che si alzano lungo la montagna di cui si scorge solo la sagoma scura contro il cielo. Questo è il momento di incoraggiarsi. E. mi dà la carica come ha fatto fino a qui, esortandomi a non mollare. Il passo è quello giusto e la salita costante, senza eccessive pendenze, ci aiuta. Iniziamo a riprendere gli ultimi della fila. La luna ora splende in cielo e ci assiste nel cammino. Infine il sentiero spiana e davanti a noi le frontali disseminate lungo il percorso ci spronano a continuare con questo passo. L’ultimo strappo prima della discesa verso Trient ci trova un po’ piantati sulle gambe. Ma abbiamo superato un buon numero di concorrenti, non essere ultimi ci conforta.

A La Giete, appena iniziata la discesa, il controllo volante si trova all’interno di un casolare basso, forse una ex stalla. Ci sono trailers che dormono e solo una tazza di brodo per scaldarci. La strada verso Trient resta un po’ sfumata nei miei ricordi. Ora mi butto in discesa, superando un po’ di gente. Arrivo con 7 minuti di vantaggio sul cut off al ristoro di Trient. Mangio due tuc, riempio le borracce d’acqua dal rubinetto posto fuori dal tendone ed esco ad aspettare E.. Arriva, riesce solo a chippare e poi esce. Demoralizzata, incazzata, ha fame. Alza la voce: così non si fa! Devo mangiare. Non le permettono di rientrare. Si siede sul marciapiede. Una crisi di pianto: non mollare stella! Non mollare, siamo arrivati fino a qui, il peggio è passato. Ci riprendiamo entrambi. La “scopa” mi chiede se sono in gara e se voglio continuare. Ma scherzi? Siamo ancora ultimi, no, dietro a noi altre due persone e i due ragazzi che fanno da scopa. Io davanti, E. dietro. Faccio l’andatura, la stimolo a non perdere il ritmo. Dopo la crisi si è ripresa alla grande. Mi segue e allora andiamo a prenderci l’ultima vera salita della gara: Catogne a 2000 metri di altitudine. Ultima, ma sicuramente la più tosta. 700 metri di dislivello senza se e senza ma, “un dritto per dritto” dove sono in tanti a fermarsi per riprendere fiato. Anche noi iniziamo ad essere in riserva. Ma anche qui il nostro passo si rivela migliore di altri. Riprendiamo alcuni concorrenti, quasi sempre asiatici. A Les Tseppes un controllo volante e un bicchiere di coca. Altri 100 metri su in alto e siamo al confine tra Svizzera e Francia. Dietro di noi albeggia, di fronte un cielo livido, nuvole basse all’orizzonte. Proviamo a correre, mi giro ed E. è già lontana. La discesa verso Vallorcine ed il cancello delle 7.15 mi sembra infinita. Mi attardo dietro qualcuno che procede lentamente, un gruppo di frontali si sta avvicinando. Non va bene. Inizio a superare chi mi sta davanti. Ora siamo sulle piste da sci. Guardo l’orologio: sono le 6.49 e non so quanto manchi a Vallorcine. Inizia a prendermi lo sconforto, cammino, corricchio. Tanti pensieri negativi si affollano nella mia mente in questa alba grigia. Va bene è andata così, di più non potevo fare… come posso essermi messo in testa una sfida così grande per me. Poi una voce si insinua lentamente: provaci, almeno potrai dire di avere dato tutto. La voce diventa un karma e riprendo a correre con tutta la voglia e la rabbia di non restare fuori, di non essere escluso dal mio sogno proprio adesso che manca così poco al traguardo finale. Mi getto a capofitto, come fossi appena partito per un 10mila metri, prima sulle pista da sci e poi su un sentiero pieno di rocce in bella evidenza. Mi dico che sono spacciato: impossibile fare velocità su questo tracciato. Ma alla fine sono a Vallorcine, corro a perdifiato. Entro nel tendone che mancano 6 minuti alla fine delle ostilità. Bevo, riempio le borracce, poi esco a cambiarmi le calze (ormai non riesco ad appoggiare normalmente il mio piede sinistro che mostra una vescica abbastanza importante sull’esterno del tallone). Mi siedo sui gradini del bar della stazione e attendo che arrivi E.. Non si vede all’orizzonte. A quel punto riparto, contento per avere passato l’ultimo ostacolo di questa gara, ma ugualmente dispiaciuto per non averla aiutata a superare questo cancello. “Non è la nostra gara è la tua gara”, le sue parole mi suonano nella testa. 

Riprendo più leggero. E’ stata cancellata la salita alla Tete aux Vents a causa della chiusura di un sentiero e la strada ora procede per diversi chilometri in piano fino a entrare nel parco naturale delle Aguille Rouges. L’asfalto torna ad essere sentiero e salendo ci si ricompatta a gruppetti per l’erta finale. Il passo è già quello di chi ce l’ha fatta. Onestamente non ho ben chiaro se si debba scendere o salire per arrivare a Flegere, l’ultimo cancello prima di Chamonix, fissato alle 10.45. Però ci arrivo di gran carriera, spingendo sulle gambe e sui bastoni. Un po’ di liquidi, una barretta e fuori dal tendone il cartello che indica gli ultimi 8 chilometri mi emoziona. Adesso è tutta discesa. Le gambe iniziano a farmi male, la vescica mi dà fastidio, ma stringo i denti e scendo a punciot (do you know?). Non vedo sentieri, non vedo ostacoli. Solo tanta gente che mi viene incontro (soprattutto trailers che risalgono per assistere alla battaglia dei top runners nella UTMB che passeranno da qui tra qualche ora). I bravò si sprecano. Scendo come se non avessi pagato il panino col salame al Mimmo su alla Gianetti. Imbocco gli ultimi chilometri di asfalto. Ci sono concorrenti che si fermano per mettersi la maglia pulita, togliersi l’antivento. Io continuo a spingere come se non ci fosse domani, perché non vedo l’ora di abbracciare la crew, perché se mi fermassi a pensare mi verrebbero le lacrime. Troppe le emozioni, la fragilità che è diventata forza, volontà di farcela. Penso solamente a correre. E poi gli ultimi chilometri che valgono da soli il biglietto per Chamonix. Due ali di folla ad incitare anche l’ultimo dei tapascioni. Uno spettacolo che mi lascia senza fiato, abituato come sono ad arrivare quando hanno già sgonfiato il gonfiabile. Qui invece all’ultima curva gli applausi si alzano ancora più forti. Ma io ho solo occhi per la crew. Con loro arrivo fino in fondo, con la consapevolezza di avere vinto anch’io. #nevergiveup

P.S. durante le foto del dopogara avviene la premiazione del De Gasperi tra i primi della CCC. Mi viene da sorridere, ripensando alla notte quando, tra le battute scambiate con E., ci chiedevamo se il primo degli italiani avrebbe atteso l’ultimo sulla linea del traguardo per rendergli onore …



31 luglio 2018

29 luglio - MonteRosaWalser Trail (50K)


Ovvero #MWT, 50km nell’alta valle di Gressoney. Presa al volo, dopo la rinuncia alla TDH, più per il pacco gara che per i km e il dislivello (3900mt!!) che poco c’entrano con la ormai vicina CCC. Scelta non fu mai più azzeccata. Uno dei più bei trail per i panorami goduti tra quelli fatti dal Tapabada. Per difficoltà del percorso … beh quelli sono tutti duri, ma qui certo la pendenza delle salite è una costante, dalla prima verso Staffal all’ultima per arrivare ad Alpenzu.


Partenza alle 6, e la sveglia te la dà lo spettacolo del Rosa e i suoi ghiacciai. Dopo i primi 600 mt di dislivello si replica per altri 600 fino al rifugio Gabiet ed al magnifico lago che si costeggia. Posti incantevoli da fare con il naso all’insù per scorgere Punta Salati. La picchiata verso Gressoney St.. Jean è uno spettacolo della natura, in un sottobosco che profuma di mistico. Quando spiana si prova a correre e al ristoro di Rong si traguardano i venti km. Da qui è tutta una sofferenza. Salita ripidissima: da 1400 si sale in pochi km ai 2700 del Passo di Valdobbiola. Mi fermo due volte: fatica e sete. L’amico Valerio, un gigante del Tor, mi passa e frulla via. Poi il sentiero si fa meno ripido. Al colle siamo in Piemonte. Ci aspetta una discesa cattiva, tutta sassi pronti a scappare, poi un traverso su sentiero un po’ esposto e si ritorna in Val d’Aosta per il rifugio Sottile. Si scende nuovamente a fondo valle, perché cane vecchio sa: tanta salita tanta discesa. Ma il caldo adesso picchia e al ristoro dei 30 la birra rubata alla moglie è la speranza di un futuro migliore. Si riparte e in 5 km di tornanti siamo al Colle della Ranzola, 2200 mt di altezza e solo acqua naturale. Solo questa? E il resto? Al prossimo ristoro tra 4,5km. Che poi sono 3 km di su e giù, che ne hai già le palle piene prima di iniziare, e 500 metri da buttarsi a capofitto perché il ristoro lo vedi sotto i tuoi piedi. Ringrazi il cielo che il sentiero non si debba fare al contrario e al lago Gover, tra le famiglie che fanno merenda, mi disseto con una limonata home made. Dai che c’è l’ultima salita e poi sei arrivato. Quanto dislivello: 280, 400, 600 mt? Chi vivrà vedrà. E intanto si segue il gigante Valerio che pare in difficoltà. Alpenzu, ultima salita (ma non proprio). A picco si scorgono le case del villaggio Walser sopra la testa. E allora in marcia. Si va su bene per tornanti che non hanno fine, chiedendosi come si viveva ai tempi in cui il sentiero era l’unico collegamento alla civiltà. Gli ultimi 5 km sono sempre i più difficili, ma sono anche quelli carichi della speranza che la fine abbia il suo inizio. La Trinitè mi accoglie con il sorriso della family, dopo tanta fatica e tanta meraviglia.

Gara tosta questa 50, che riserva a detta di non pochi partecipanti qualche km aggiuntivo in omaggio. Cinque salite ad intervalli regolari (tra cui un km verticale abbondante fatto sotto la stecca del sole), con pendenze sempre importanti. Ai ristori c’era tanto, ma non la birra (ormai un trail che non abbia tra gli sponsor un birrificio deve essere guardato con sospetto). Nel pacco gara, invece, non mancava nulla. Volontari messi nei punti strategici, coinvolgimento di interi paesi, quattro gare per tutti i gusti, un vero festival del trail a fine luglio. Inizio ad amare questa Valle d’Aosta.



16 giugno - Trail Oasi Zegna (59K)


Ci sono momenti in cui è difficile gestire fatica fisica e mentale insieme. Il TOZ mi ha esaurito le forze prima di arrivare al 26esimo km e poi mi ha spremuto il cervello in un loop perverso in cui il mantra era: non correrò più un trail. Un jingle che è diventata un’ossessione prima del cancello del 45esimo km superato con non poco affanno. Poi la mente si è liberata, e nonostante le vesciche alla pianta dei piedi, sono riuscito a trascinarmi all’arrivo.

Alle volte, e questa è una di quelle, il tempo fatto registrare conta davvero poco (un’ora oltre le mie più pessimistiche previsioni). Dietro c’è stato un perdersi, un ondeggiare fino ai limiti del ritiro, per poi riprendere a macinare km, senza farsi sopraffare dalle emozioni.

La gara ha il dislivello tutta nella prima parte. Il giro del Bonom mi aveva già messo a dura prova otto anni fa sul percorso della corta. Anche la discesa prima del ristoro al 38esimo km può segnare il fisico. La seconda parte è decisamente più corribile per chi ha dispensato con giudizio le energie fino a qui. A non sottovalutare l’ultima salita verso l’Alpe Luvera e quella successiva verso la Chiesa di S. Bernardo a rendere tosta anche l’ultima parte del percorso. I ristori erano decisamente monotoni: formaggio, taralli, grissini, cioccolato, uva passa e banane. Nota di merito invece per i pomodorini. Tè caldo non l’ho trovato. Magari un ristoro in più dei 4 previsti sarebbe stato di aiuto.


31 maggio 2018

26 maggio - Trail del Monte Soglio (36K)


“C’è qualcosa di salato a questo ristoro? Ho ancora la bocca che sa di dolce”. “Oh, ma dove credi di essere? Al Chef Express? Dolce o salato signore?”

A Forno Canavese non ci passi, devi proprio andarci, perchè la strada finisce in paese. Oltre non si va. E dando una rapida occhiata intorno diresti che qui si viene per il mulino olandese (il signore che mi ha servito il caffè prima di partire giura che sia l'unico esemplare esistente in Italia) o per il trail del Monte Soglio. Manifestazione rodata, una decana delle classiche se parlassimo di ciclismo: organizzazione perfetta, tanti volontari sul percorso, birra a fiumi (dopo, ma soprattutto durante) e pacco gara per palati esigenti (non solo polenta e bozza di vino con etichetta personalizzata, ma anche una maglietta tecnica non troppo invadente in fatto di partner sopra stampati).

Il Gir Curt, scelto dal tenutario di questo blog, è abbastanza semplice nel suo sviluppo: 18 km in su e gli altri quasi tutti in discesa, tranne qualche risalita prima dei km finali. Nel mezzo piccoli dettagli, che emergono e poi scompaiono nella complessità della nostra esistenza. Tipo la tenuta di testa nei momenti di difficoltà. Quando verrebbe voglia di mollare e invece si tiene duro e si continua ad avanzare nonostante fatica e voci che ronzano nella capa. Insomma un percorso a tratti educativo di oltre 6 ore e 36 km per affrontare situazioni più probanti che la vita di sicuro ci riserverà.

11 maggio 2018

5 maggio - Garda Trentino Trail (60K)


“Tra circa un km, alla fine del bosco, lo trova sulla destra, ben segnalato”.
“Ma è un ristoro o un ristop?”

Come si suol dire: imperdibile.
Quando la partenza è a poche centinaia di metri dalla casa natale non si può dire null'altro di un trail.

E poi c'è il contorno che supera il main course. Ritenevo che il percorso dell'anno scorso fosse il meglio possibile, ma quello dell'edizione 2018 si è superato, svelandomi luoghi e salite, in una scoperta del territorio che ha alleviato la durezza del tracciato. Una salita corribile, la temutissima Ponale, e poco dopo un'ascesa, a tratti quasi verticale, per arrivare al rifugio Pernici hanno esaurito la già scarse energie di questo vecchio cronista. Il discesone senza fine verso Tenno, corso con il timore di restare fuori dal cancello orario dopo appena due settimane dalla scioccante esperienza, non ha certo consentito di ricaricare le batterie. Ma, lasciata alle spalle la croce di Bondiga ed il temutissimo cancello orario, la seconda metà di gara mi è sembrata unica per la bellezza dei dintorni e la salita, tosta assai, al Monte Biaina, ripagata da un panorama mozzafiato sulla Busa e l'alto Garda. 


Da lì all'arrivo erano dieci km di discesa (sfortunatamente si può dire?), in cui le gambe erano pronte alla sfida, ma la testa mancava all'appello. Così è stato un lento (non che prima fossi stato un fulmine) trascinarsi tra sentieri resi insidiosi dalla pioggia della notte e alcuni chilometri di inutile girovagare intorno alla zona dell'arrivo. Le undici ore e qualcosa di più trascorse sulle gambe, come sempre, sono valse la pena. Hanno rappresentato un valido allenamento in vista di avventure più probanti e, soprattutto, sono state affollate di persone, panorami, momenti di meraviglia, di disperazione e di dialogo interiore, che mancano nella cronaca, ma non nell'esperienza del cronista.



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