2 maggio 2019

Val Bregaglia Half Trail (23K)


“Da dove venite?”, “Da Busto Arsizio!", “Busto Arsizio? Ah…”

Arrivare alla quarta edizione è un traguardo da festeggiare per un trail. Al compleanno del Val Bregaglia Trail a Chiavenna siamo in 500, quasi tutti dallo spiccato idioma locale, sparsi tra diverse distanze (43, 23 e 8 km). Cielo terso, aria limpida e fredda, cime innevate, sembra di essere a fine settembre piuttosto che a maggio. Se ne accorgono soprattutto quelli che, come il tenutario di questo blog, hanno scelto l’half trail. Scaricati dai bus appena al di là del confine elvetico, in quel di Bondo, aspettiamo lo start in vasta zona d’ombra per oltre mezz’ora. Non ci fossero sopra di noi il Badile e il Cengalo (do you know?) a scaldare i cuori, potremmo attendere la partenza qualche km più giù nell’ufficietto del Loris Bernasconi che ci ha fermato alla dogana.


Poi arriva lo start. Un giro per prati svizzeri e subito si sale per un sentiero a gradoni, meravigliosa opera umana. Saranno 300 metri di dislivello, ma presi di petto fanno male. Ci si distrae a guardare le cime che scorrono di fianco. Poi un'accelerata perché il sentiero spiana. Uno smile al fotografo e inizia la discesa. Non finisce più. La caserma della guardia di finanza saluta il ritorno in terra italiana. Ora è pianura e tocca veramente correre. Accanto il fiume Mera, per lunghi tratti. Gruppi di tifosi applaudono il tipo del posto che ci precede, duro correre con la crew che crede più di te nelle tue capacità. Oltre la metà gara si sale a Savogno. Siamo alla fine delle salite. Ora serve solo menare le gambe. Tanta discesa anche tosta. Si arriva alle cascate dell’Acquafraggia in piena riserva. Mi stoppo con la scusa del selfie, poi il socio mi traghetta fino al traguardo con il passo del mezzofondista che c’è in lui.


Bella gara, ruspante, ma non troppo. Sarebbe da cimentarsi sulla distanza più lunga per non privarsi troppo in fretta delle belle sensazioni che dà l’ambiente in cui si svolge. Il valore aggiunto del trail è, infatti, il paesaggio tutto intorno (se la giornata è quella di oggi), ma anche il piatto di pizzoccheri chiavennaschi del pasta party, a cui ambivo, per dirla tutta, fin dal momento dell'iscrizione. Una giornata gustata ad un ritmo un po’ troppo veloce per il tapascione che è in me.



3 aprile 2019

31 marzo - Maremontana (45K)


"At some point during an ultramarathon, you are going to hurt, a lot."

E la frase di Jason Koop risulta ancora più vera quando si deve affrontare il primo trail dell'anno. A Loano si celebra a fine marzo la classicissima di inizio stagione (e non siamo qui a parlare della Milano-Sanremo). 1100 trailer diluiti su varie distanze (14, 20, 45 e 60), a godersi un weekend fatto di sole, professionalità organizzativa e sentieri che, partendo dalla spiaggia arrivano fino ai 1300 metri del Monte Carmo. Ingredienti semplici, che hanno attirato alla decima edizione della Maremontana anche i top trailer italiani.



Sfumato, giustappunto, un selfie con il Dega, poi vincitore della 45K, durante le fasi di punzonatura (mi sembrava scortese rubare un attimo di intimità ad un gigante, così di buon mattino) il tenutario del blog ha  potuto sperimentare un'altra volta ancora che la comfort zone esiste solo per gli altri. Non che sia andata peggio del previsto. La prima salita è stata lunga, ma non troppo dura, poi tratti di su e giù anche tosti, e poi la seconda salita, questa sì lunga e dura, fino alla cima Coppi della gara.



Momenti di meraviglia hanno accompagnato la giornata del tenutario di questo blog. Nell'osservare la vegetazione mediterranea piena di profumi che si mischia con quella tipicamente montana. Meraviglia per quelle zampette ancora in perfetta spinta dei primi trailers della 60K che mi sverniciavano dopo tante ore di gara. E meraviglia per quella corsetta a ritmo blando che ancora caratterizzava la corsa del sottoscritto negli ultimi 15 chilometri. Poi il caldo dell'ora di pranzo, alcune salite messe a tradimento per scongiurare l'arrivo del Tapabada entro le 8 ore di gara e gli ultimi 500 metri sulla sabbia, scansando famigliole stese a rosolare, hanno tolto la vena romantica che aveva caratterizzato l'esperienza domenicale fino ad allora.
Nulla di insopportabile, si intende.




15 gennaio 2019

13 gennaio - Soft Trail (20K)


Oggi si è corso ad Annone Brianza un soft trail (ossimoro podistico) a coppie. Da queste parti ci si viene solitamente per salire in verticale al Cornizzolo o al Monte Rai. Così ho corso questi 20 km col naso all’insù, attirato dalla bellezza delle cime tutte intorno e dalla meravigliosa giornata adatta più ad un panino gustato a mezza quota che ad una fatica podistica tutta piatta.

L’impegno di correre ad un ritmo per lo meno sufficiente a non rallentare oltremodo il compagno di giornata è stato arduo. Soprattutto nei chilometri finali, quando non c’erano più gambe e fiato per continuare a correre. Come mi capita ormai di frequente ho fatto allora appello alla forza di volontà. Quando il talento manca e l’età avanza solo la volontà può tenerti sulla retta via. E anche questa volta è stato così.



8 gennaio 2019

2018

So! 1848 km, 44000 metri in salita, un infortunio (non troppo serio, ma tanti acciacchi), 8 gare, di cui una non portata a termine (fermato al cancello orario). Se si esclude l’infortunio il 2018 è stata la copia carbone del 2017.
La gara più emozionante: la CCC, perché era il mio primo trail oltre i 100 km, perché le mie gambe mi hanno sostenuto per oltre 24 ore consecutive, perché siamo a Chamonix, capitale del trail running.
La gara più dura: Monte Rosa Walser Trail, lunghe salite e discese altrettanto toste in un ambiente stupendo.
La gara più difficile: come sempre la prima di stagione, OrnaTrail, al pari del TOZ, che anche nella versione long, non ho proprio digerito.
La gara più bella: quella di casa, Garda Trentino Trail, per i panorami che offre, per il periodo in cui si corre, per il tracciato.

Ci si rivede sui sentieri nel 2019!


14 settembre 2018

31 agosto - CCC (101K)

Faccio la CCC!”
“Cosa fai?”
“La CCC, Courmayeur, Champex, Chamonix”
“E che cos’è?”
“Vabbè lasciamo stare..”

La CCC non si può descrivere, e quindi non lo farò. Fondamentale è però sapere che si tratta di una corsa di 100km, 6100 metri di dislivello e che fa il mezzo giro del massiccio del Monte Bianco, partendo da Courma e arrivando a Chamonix, capitale del trail, almeno nell’ultima settimana di agosto. Detto così 100 km e 6100 metri su e giù per colli sembra cosa da fare tremare i polsi, ma in pratica è un trail dove chi ne ha può correre per lunghi tratti, in modo da evitare di farsi sopraffare dall’ansia dei cancelli orari come avvenuto al sottoscritto.



A livello prestazionale gli obiettivi del Tapabada erano nell’ordine:
- non farsi male
- portare a termine nel tempo limite la prima gara da 100 km a cui partecipavo
- avere ancora le energie negli ultimi 200 metri per individuare la family ed essere immortalato mano nella mano con le figlie sotto il traguardo.

Senza lasciare col fiato sospeso i lettori del blog dico subito che gli obiettivi sono stati raggiunti. Ma tra la partenza e l’arrivo si sono alternati tanti stati d’animo e tanti momenti di corsa che hanno fatto di questa CCC un lungo viaggio più che un trail. Di questi momenti ne fisso due: l’anziana signora svizzera che verso le 23 attende gli ultimi concorrenti fuori casa con un termos di tè da offrire e il chilometro lanciato per arrivare al ristoro di Vallorcine al km 84, prima il cancello orario venisse chiuso. Non pensavo di farcela, ero pronto a gettare la spugna, ma poi una vocina si è insinuata nel cervello e ne ho fatto un karma. Così alla fine mi porto a casa questa lezione, che già si conosce, ma che vale la pena ogni tanto ripetere ad alta voce: volere è potere.


Fino a qui le mie impressioni. Per gli aficionados del genere ecco la long version della mia CCC.

Ed eccoci finalmente a Courmayeur. Dopo mesi passati a decidere quale materiale utilizzare, a saccheggiare Amazon in cerca di oggetti strani, tipo cappello tipo sahariana, a macinare chilometri su per i monti ad ore antelucane, finalmente arriva il momento di vedere se 100 chilometri fanno per il Tapabada.

Courmayeur a fine agosto appare tranquilla come l’hotel, in cui si alloggia. Ci troviamo a 100 metri dallo Sport Center, dove si ritirano i pettorali, e dieci metri sopra la Dora Baltea che scorre tumultuosa sotto la finestra della nostra camera. La family è al completo, pronta a documentare la pazzia di un cinquantenne a cui un giorno è venuta l’idea di festeggiare il traguardo dei 50, doppiandone la cifra, ma in chilometri.

Sveglia alle 6, colazione in camera, perché in hotel la colazione prima delle 8 no e poi no, e poi si va in piazza con largo anticipo per calarsi nella parte.

Qualche selfie, un’intervista con il TGR VdA, e poi la partenza nella seconda onda (9.15). Si parte lenti e già fuori dal paese E., compagna di giornata, ed il tenutario del blog iniziano a camminare. Tra fermate e ripartenze dovute all’intenso traffico (ma quanti siamo?) si arriva alla Tete de la Tronche, cima Coppi della CCC a 2584 metri (i primi 10 chilometri e 1400 metri di dislivello messi in magazzino). 




Si riprende a correre, dopo averlo fatto solamente nei primi 200 metri della gara. Sulla strada per il Rifugio Bertone, primo ristoro della gara, occorre cimentarsi su un falsopiano che termina con un tuffo a bomba sul rifugio. Rifornimenti solidi, mocetta, formaggio e tuc salati, il primo brodo (squisito), coca cola. Sono 14 chilometri in 3,8 km/h che dovrebbe essere il minimo sindacale per arrivare in fondo senza l’ansia dei cancelli orari. Il tratto successivo fino al Rifugio. Bonatti offre una stupenda balconata sul massiccio del Monte Bianco. Dislivello minimo che invita a correre e molti lo fanno, superandomi senza necessità di mettere la freccia. Mi sento bene, comunico con la crew che mi attende al prossimo ristoro di Arnouvaz. Assaggio la prima spaghettata immersa nel brodo. La mangio con le mani, non avendo voglia di utilizzare le posate infilate nello zaino. Spira un forte vento, il tempo sta cambiando e di fronte a noi il Monte Bianco è coperto dalle nuvole. Si riparte verso Arnouvaz, cinque chilometri da fare gambe in spalla, in discesa verso l’avanposto della Val Ferret, che rappresenta il primo cancello orario della gara (16.30). Ci arrivo con una mezzora di anticipo. C’è confusione nel tendone dove si ammassano molti concorrenti per evitare il vento gelato che si rinforza là fuori. Mi infilo la giacca goretex, un ultimo saluto alla crew che mi incita ai piedi della salita verso il Grand Col Ferret, linea di confine con la Svizzera. Ancora prima della metà della salita le quattro gocce diventano pioggia insistente, come da previsioni meteo. Evito di fermarmi per mettere i guanti da cucina e i sovrapantaloni, come invece fanno in tanti. Il sentiero sale prima molto deciso, poi nella seconda metà diventa più agile. Mi sento bene, guardo indietro. Con E., che procede qualche tornante sotto, ci incitiamo a gesti, un bastoncino alzato, un cenno con la mano. Si sale e il freddo si fa sentire, sono pronto a tirare fuori i guanti perché le dita iniziano a raffreddarsi. A salvarmi arriva il cippo confinale. Nella nebbia scorgo una tenda del pronto soccorso. Aspettare E. vorrebbe dire gelarsi in pochi minuti e allora inizio a scendere. Preferisco andare lentamente e attendere di essere raggiunto. Qui si corre, cerco di farlo anch’io in bilico sul fango che copre i sentieri. E’ un continuo zigzagare per evitare le zone più infide. Al controllo di Le Peule, chissà perché credo, di trovare strade poderali più corribili, invece si continua a scendere su single tracks lavati dalle piogge. Solamente negli ultimi chilometri prima del ristoro di La Fouly si raggiunge la strada sterrata. Si può correre, ma è difficile. Piove, inizia a scendere l’oscurità ed E. non si vede. Arrivo con oltre un’ora di vantaggio sul cancello delle 20.30. Prima cosa trovare una panca in mezzo alla tanta gente che staziona nel tendone e cambiarsi. Poi arriva E. Attendo con la frontale già in testa che si cambi e si rifocilli. Usciamo da La Fouly con solo 17 minuti dalla barriera oraria delle 20.30. Il tratto fino a Champex-Lac deve essere uno dei più belli della CCC, ma con il buio il mondo resta confinato dentro il cono di luce della frontale. Discesa tranquilla fino ad Issert, prima su un sentiero che costeggia un salto non indifferente, poi su asfalto in mezzo ai tipici paesi ordinati che incontri in ogni angolo svizzero. Case da cui fa capolino la luce del salotto. Il clima autunnale non invita ad uscire e fare il tifo (forse riserveranno le forze per la notte successiva quando passeranno i trailers della più blasonata UTMB). Solo una coppia di anziani, termos in mano e bicchieri di plastica, offre the alle retrovie di questa corsa. Iniziano i chilometri di salita che precedono Champex-Lac. La salita non è né tosta né lunga, ma senza riferimenti e con l’assillo del cancello orario delle 23.30 sembra non finire più. 

Ai 1400 metri di Champex-Lac il freddo della notte inizia a farsi sentire. Precedo di 20 minuti il cut off delle 23.30. Preferisco non cambiarmi. Penso a mangiare (pasta senza condimento e poi ancora immersa nel brodo, un po’ di coca cola). I tavoli sono quasi tutti vuoti. Restano i famigliari di chi ha seguito fin qua parenti e amici in corsa. Arriva anche E. Lei si cambia. Io indosso i guanti da cucina sopra gli altri per ripararmi dall’umidità ed esco. L’attesa mi raffredda. Rientro. Con E. usciamo a due minuti dal cut off. La prossima sfida è tra 5 chilometri dove il cancello orario ci attende tra un’ora, all’imbocco dell’ennesima salita che ci porterà a Bovine e poi a La Giete. Si va a passo svelto, ma non corriamo. Si forma un gruppetto abbastanza nutrito, per la maggior parte da asiatici, un inglese (forse) e qualche spagnolo. Arriviamo trafelati al cancello rappresentato solo da un furgone dell’assistenza. Lo oltrepassiamo e ci fermiamo (E. a mangiare qualcosa ed io a indossare i sovrapantaloni). Ora siamo rimasti proprio gli ultimi. Si affacciano i primi dubbi: ritirarsi o continuare? Le luci delle nostre frontali attirano l’attenzione dei volontari addetti al cancello orario. Uno di loro si avvicina: siamo decisi a mollare tutto? Quel volontario sembra proprio arrivare al momento giusto. Un breve tragitto in furgone fino a Champex-Lac e tutto sarebbe finito. Non mi ricordo chi di noi due, forse entrambi, assicura il volontario che stiamo bene e che la nostra intenzione è quella di procedere. Si riparte. In alto sulla destra possiamo scorgere le luci di altre frontali che si alzano lungo la montagna di cui si scorge solo la sagoma scura contro il cielo. Questo è il momento di incoraggiarsi. E. mi dà la carica come ha fatto fino a qui, esortandomi a non mollare. Il passo è quello giusto e la salita costante, senza eccessive pendenze, ci aiuta. Iniziamo a riprendere gli ultimi della fila. La luna ora splende in cielo e ci assiste nel cammino. Infine il sentiero spiana e davanti a noi le frontali disseminate lungo il percorso ci spronano a continuare con questo passo. L’ultimo strappo prima della discesa verso Trient ci trova un po’ piantati sulle gambe. Ma abbiamo superato un buon numero di concorrenti, non essere ultimi ci conforta.

A La Giete, appena iniziata la discesa, il controllo volante si trova all’interno di un casolare basso, forse una ex stalla. Ci sono trailers che dormono e solo una tazza di brodo per scaldarci. La strada verso Trient resta un po’ sfumata nei miei ricordi. Ora mi butto in discesa, superando un po’ di gente. Arrivo con 7 minuti di vantaggio sul cut off al ristoro di Trient. Mangio due tuc, riempio le borracce d’acqua dal rubinetto posto fuori dal tendone ed esco ad aspettare E.. Arriva, riesce solo a chippare e poi esce. Demoralizzata, incazzata, ha fame. Alza la voce: così non si fa! Devo mangiare. Non le permettono di rientrare. Si siede sul marciapiede. Una crisi di pianto: non mollare stella! Non mollare, siamo arrivati fino a qui, il peggio è passato. Ci riprendiamo entrambi. La “scopa” mi chiede se sono in gara e se voglio continuare. Ma scherzi? Siamo ancora ultimi, no, dietro a noi altre due persone e i due ragazzi che fanno da scopa. Io davanti, E. dietro. Faccio l’andatura, la stimolo a non perdere il ritmo. Dopo la crisi si è ripresa alla grande. Mi segue e allora andiamo a prenderci l’ultima vera salita della gara: Catogne a 2000 metri di altitudine. Ultima, ma sicuramente la più tosta. 700 metri di dislivello senza se e senza ma, “un dritto per dritto” dove sono in tanti a fermarsi per riprendere fiato. Anche noi iniziamo ad essere in riserva. Ma anche qui il nostro passo si rivela migliore di altri. Riprendiamo alcuni concorrenti, quasi sempre asiatici. A Les Tseppes un controllo volante e un bicchiere di coca. Altri 100 metri su in alto e siamo al confine tra Svizzera e Francia. Dietro di noi albeggia, di fronte un cielo livido, nuvole basse all’orizzonte. Proviamo a correre, mi giro ed E. è già lontana. La discesa verso Vallorcine ed il cancello delle 7.15 mi sembra infinita. Mi attardo dietro qualcuno che procede lentamente, un gruppo di frontali si sta avvicinando. Non va bene. Inizio a superare chi mi sta davanti. Ora siamo sulle piste da sci. Guardo l’orologio: sono le 6.49 e non so quanto manchi a Vallorcine. Inizia a prendermi lo sconforto, cammino, corricchio. Tanti pensieri negativi si affollano nella mia mente in questa alba grigia. Va bene è andata così, di più non potevo fare… come posso essermi messo in testa una sfida così grande per me. Poi una voce si insinua lentamente: provaci, almeno potrai dire di avere dato tutto. La voce diventa un karma e riprendo a correre con tutta la voglia e la rabbia di non restare fuori, di non essere escluso dal mio sogno proprio adesso che manca così poco al traguardo finale. Mi getto a capofitto, come fossi appena partito per un 10mila metri, prima sulle pista da sci e poi su un sentiero pieno di rocce in bella evidenza. Mi dico che sono spacciato: impossibile fare velocità su questo tracciato. Ma alla fine sono a Vallorcine, corro a perdifiato. Entro nel tendone che mancano 6 minuti alla fine delle ostilità. Bevo, riempio le borracce, poi esco a cambiarmi le calze (ormai non riesco ad appoggiare normalmente il mio piede sinistro che mostra una vescica abbastanza importante sull’esterno del tallone). Mi siedo sui gradini del bar della stazione e attendo che arrivi E.. Non si vede all’orizzonte. A quel punto riparto, contento per avere passato l’ultimo ostacolo di questa gara, ma ugualmente dispiaciuto per non averla aiutata a superare questo cancello. “Non è la nostra gara è la tua gara”, le sue parole mi suonano nella testa. 

Riprendo più leggero. E’ stata cancellata la salita alla Tete aux Vents a causa della chiusura di un sentiero e la strada ora procede per diversi chilometri in piano fino a entrare nel parco naturale delle Aguille Rouges. L’asfalto torna ad essere sentiero e salendo ci si ricompatta a gruppetti per l’erta finale. Il passo è già quello di chi ce l’ha fatta. Onestamente non ho ben chiaro se si debba scendere o salire per arrivare a Flegere, l’ultimo cancello prima di Chamonix, fissato alle 10.45. Però ci arrivo di gran carriera, spingendo sulle gambe e sui bastoni. Un po’ di liquidi, una barretta e fuori dal tendone il cartello che indica gli ultimi 8 chilometri mi emoziona. Adesso è tutta discesa. Le gambe iniziano a farmi male, la vescica mi dà fastidio, ma stringo i denti e scendo a punciot (do you know?). Non vedo sentieri, non vedo ostacoli. Solo tanta gente che mi viene incontro (soprattutto trailers che risalgono per assistere alla battaglia dei top runners nella UTMB che passeranno da qui tra qualche ora). I bravò si sprecano. Scendo come se non avessi pagato il panino col salame al Mimmo su alla Gianetti. Imbocco gli ultimi chilometri di asfalto. Ci sono concorrenti che si fermano per mettersi la maglia pulita, togliersi l’antivento. Io continuo a spingere come se non ci fosse domani, perché non vedo l’ora di abbracciare la crew, perché se mi fermassi a pensare mi verrebbero le lacrime. Troppe le emozioni, la fragilità che è diventata forza, volontà di farcela. Penso solamente a correre. E poi gli ultimi chilometri che valgono da soli il biglietto per Chamonix. Due ali di folla ad incitare anche l’ultimo dei tapascioni. Uno spettacolo che mi lascia senza fiato, abituato come sono ad arrivare quando hanno già sgonfiato il gonfiabile. Qui invece all’ultima curva gli applausi si alzano ancora più forti. Ma io ho solo occhi per la crew. Con loro arrivo fino in fondo, con la consapevolezza di avere vinto anch’io. #nevergiveup

P.S. durante le foto del dopogara avviene la premiazione del De Gasperi tra i primi della CCC. Mi viene da sorridere, ripensando alla notte quando, tra le battute scambiate con E., ci chiedevamo se il primo degli italiani avrebbe atteso l’ultimo sulla linea del traguardo per rendergli onore …



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