13 novembre 2017

11 novembre - Vaprio, cross del Poker novarese

Eccoci anche quest’anno a Vaprio per assaggiare il pane con gorgonzola del ristoro finale ... e per correre il primo cross della stagione (in quella passata fu il primo, e pure l’ultimo). Quest’anno si fa sul serio: presente all’intero circuito per vedere che effetto fa correre come M50. Approcciare la disciplina con il cross di Vaprio è ideale. Curvoni tondeggianti, pochi cambi repentini, un solo fossato. Non che questo sia sinonimo di tranquilla scampagnata del sabato pomeriggio. Alla partenza la solita bella gente: circa duecento aspiranti a sporcarsi le scarpe con la polvere, che di fango neanche l’ombra.
Il primo chilometro passa a cercare l’assetto di corsa con le scarpe chiodate, evitare le buche più profonde e aggirare i sederi più grossi (non sempre in questo ordine).
Al secondo facciamo un po’ di spallate con R. della S. Marco.
Al terzo mi faccio coraggio che siamo quasi a metà.
Il quarto non me lo ricordo.
Al quinto finalmente raggiungo il mio socio che ha dei problemi, ma anch’io non sono messo meglio.
Al sesto vorrei darci dentro per andare a riprendere due M60, dato che io sono M50, e mi pare un diritto acquisito stare loro davanti. Poi però temo di essere battuto in volata. Farei una figura non degna di un M50 di fronte a due M60. Ci penso troppo ed è già tutto finito. 
93 su 213 e stesso tempo dell’anno scorso. Benvenuto M50. 

26 ottobre 2017

21 ottobre - UTLO 58K -

Solamente quando, già in pigiama, alzano la testa annoiate dal divano e ti dicono “Ah sei arrivato?” comprendi che il viaggio è terminato; anzi no, che è appena iniziato.

Ultra Trail del Lago d’Orta, Omegna, VB. 58 km, anche se alla fine erano 60 (comunque ce n’era per tutti: 34, 82 e 120 KM). Quando arrivi a Omegna, sai già che nelle prossime ore il mondo ti apparirà molto inclinato. Così è stato anche oggi. Soprattutto nella prima parte di questa UTLO 58. Si parte e si sale subito per una Via Crucis che va su dritto per dritto a Quarna. Sul ciottolato rallentamenti, soste e riprese di un’umanità variegata (ma quanti eravamo?). Allegra e godereccia all'inizio, poi via via più silenziosa sino al pellegrinaggio finale. Si scollina a Quarna di Sopra, poi c’è quella di Sotto e si attacca il monte Mazzoccone. Solita crisi da prima salita. Mi fermo a rifiatare sul sentiero monopersona, perché da dietro il gruppone ansima e mi distrae. La seconda salita, quella al monte Croce, risulta più lunga, ma meno tosta. Approccio l’inclinazione con maggiore calma e minori battiti. Molto meglio. Primi 20 km e il dislivello segna già 2000. Dal monte Novesso al traguardo (e abbiamo appena traguardato il 24esimo) ci sarebbe da menare le gambe, se uno ci fosse portato. Il tenutario del presente blog fa comunque l’impresa (personale) di correre quando c’è discesa e di non farsi sopraffare dalla fatica sul piano.

Prima di Arola (si accettano scommesse sull’accento) faccio la conoscenza con il simpatico scozzese trapiantato a New York. Non ha mai corso una ultra, ha fatto solo una maratona in allenamento, ansima, ma non si dispera. L’obiettivo è di rientrare alla base in meno di 11ore30minuti (si sa che ognuno si pone obiettivi tutti suoi). Usciamo insieme dalla base vita e lasciamo insieme pure l’ultimo ristoro di Grassona. Nella ventina di km che stanno in mezzo ai due paesi di lui avevo perso le tracce. Ero più propenso a seguire quelle di una biondina mica male, che mi ha reso quasi piacevole il tratto Pella – Grassona, dove mi sono esibito, con successo, in un mantra silenzioso “cerca di correre, cerca di correre”. Gli ultimi dodici km li faccio alla luce della frontale, immerso nella mia solitudine (e in quella dell’amico scozzese che ansima, ma non si dispera), attento a non perdere la via dettata da quelle minuscole lucciole catarifrangenti. Ancora un po’ di salita, tanto piano e un’ultima discesa per arrivare sul lungolago, dove mi esibisco in sorpassi politicamente non corretti per un vero trailer. Per la cronaca ho lasciato dietro anche lo scozzese, unicamente per una questione di secondi e di età.


A livello prestativo non si discute il miglioramento rispetto alle ultime uscite. Farsi un’idea del proprio ritmo e coltivare una certa sensibilità nel perseguirlo, anche in allenamento, può portare a risultati insperati. Per quanto riguarda la gara si può dire solo bene di un trail dove, nonostante i ristori alquanto distanziati, ti coccolano con polenta, uva, minestrina calda e uova sode (?). E gran bene si deve dire, soprattutto, dei tanti volontari che sono state la costante su tutto il percorso. Vogliamo trovare una pecca: al traguardo occorreva pagare per una birra. L’avessi saputo mi sarei portato appresso la Menabrea presente nel pacco gara.



27 settembre 2017

23 settembre - Campo dei Fiori Trail (45K)

Prima dei trail fatti negli ultimi due anni mi è capitato spesso di pensare che non avrei potuto arrivare al giorno della competizione meno preparato. Beh, ogni volta mi sono superato.

Campo dei Fiori Trail, Gavirate, Varese. 45 km (ma c’era anche una gara da 65 e la corta da 25 km), Passare otto ore in giro per i monti lascia un velo di stanchezza nelle giunture, ma soprattutto nella mente. Solo qualche giorno e qualche esercizio di allungamento dopo permettono di mettere a fuoco la solita giornata di sofferenza che ho passato. La 45 era una release aggiornata in meglio del trail dell’anno scorso. Qualche km e metro in verticale di più, percorso in molte parti nuovo. Una gara di per sé corribile con tre salite: la scalinata della funicolare, Chiusarella/Martica e la salita per tornare al Campo dei Fiori. La partenza insieme a quelli della 25 faceva immaginare fiumi di muscoli e ghiandole sudoripare cimentarsi sulla distanza scelta dal Tapabada, ma una volta superato il bivio che separava le due gare, di trailers sui sentieri se ne sono visti pochi (intendo quelli che solitamente mi superano dopo i primi dieci km).


Grazie alla preparazione specifica, basata su una dieta di frutta secca iraniana, fin dai primi km (dove c’era da correre) ho fatto a spallate con la mia soglia anaerobica. All’imbocco della famigerata scalinata aveva già vinto lei (voglio dire la mia soglia) e da lì fino alla cima del Chiusarella ho applicato la solita filosofia zen che contraddistingue le prestazioni del Tapabada: cercare di evitare l’infarto in salita, camminare in piano, non farsi male in discesa. In cima al Chiusarella mi sono fermato cinque-minuti-cinque prima di intraprendere qualsiasi azione (dico fisica e mentale). Da lì in poi, ed eravamo appena al 20esimo km, ho provato a reagire alla crisi. Le astuzie e la pazienza non sarebbero servite a superarla. Solamente grazie alla sopravvenuta crisi del socio di giornata sono infine riuscito ad impostare una modalità crociera che mi ha permesso di arrivare al traguardo nel tempo profetizzato al barettino prima della partenza.

Ancora una volta ho cercato i miei limiti e ahimè li ho trovati, su un percorso che rispetto all’anno scorso si è rivelato più divertente e soprattutto meno banale nel suo sviluppo. Salite toste, alternate ad altre più umane, terreno di tuti i tipi, dalle roccette al sottobosco con radici, dove allenare le (poche) doti propriocettive. Ristori all’altezza (quasi sempre) e docce calde completano il pacchetto. Per i finishers, poi, la bozza di birra ricevuta oltre il traguardo mai come oggi è stata apprezzata più di una medaglia. Alla fine una giornata alla scoperta di sentieri nuovi nel mio playground domenicale. 




5 luglio 2017

24 giugno - Cortina Trail

Che c’è papàRiflettevo. Chissà cosa penserete tra 50 anni di questo padre che vi portava a giro per l’Italia a visitare paesi e città con la scusa di un trail

Come tutti gli altri anche questo trail inizia con un viaggio. Fatto con la famiglia, prima a est e poi su a nord, dritto per dritto, in fuga dalla calura della piana verso quella che troveremo a Cortina. Hotel, ritiro pettorale, foto di rito. Chissà cosa ne dicono le mie pupe che mi guardano stralunate e impazienti di fermarsi 1) al primo parco giochi disponibile fuori dal palaghiaccio cortinese, 2) al ristorante per la cena.
La mattina è un tripudio di colori e di rumori: il parquet della stanza che scricchiola ad ogni passo del papà, la porta del bagno che cigola (ma quante volte andrà in bagno il papi questa mattina?), i bastoncini che cadono. Poi stretti i lacci delle scarpe il papi è nel corridoio e loro possono finalmente ritornare a dormire.


Il passaggio in auto che mi dà l’olandese spilungone fino alla partenza è solo il preludio ad un viaggio parallelo che durerà oltre 9 ore e che ci vedrà superarci a vicenda lungo i sentieri. Scatto foto, leggo sigle di nazioni su pettorali che arrivano da ogni dove, guardo in alto le meraviglie del creato e poi starto, con calma, senza fretta, godendomi questa giornata che si preannuncia spettacolo puro. La prima rampa è lunga a sufficienza per farmi venire il fiatone, ma non abbastanza per diluire il gruppo. E’ un continuo ciucciare acqua e fermarsi ai torrentelli, perché le temperature sono già alte. Il sentiero diventa pianeggiante e poi ancora in discesa. Attraversato il torrente ci congiungiamo agli ultras della 120k per risalire la val Travenanzes temuta soprattutto dal gruppone della lunga che l’affronterà sotto il sole cocente di metà pomeriggio. Per noi i tanti km che risalgono la valle selvaggia sono già caldi, ma ancora sopportabili. 


Lo scollinamento alla forcella Col dei Bos vuol dire acqua e coca cola ad un rifornimento ufficioso. Al di là della forcella una lunga discesa sarebbe da fare tutta di corsa fino al Rif. Col Gallina. Me ne guardo bene, dovessi mai recuperare posizioni in discesa! Preferisco concedermi qualche foto con sfondo Marmolada. Rifugio, primo pit stop ufficiale, a metà gara – corridori sparsi sul prato a conversare con i parenti in una mezz’ora d’aria prima delle restanti fatiche. Il recupero richiede acqua, sali, coca cola e un po’ di salato. Frutta? no grazie! Sono già io alla frutta. C’è chi da dietro mi invita a correre, approfittando di qualche km in piano. Rifiuto sdegnato. La salita al rifugio Averau mi sembra non finisca mai. Il rifugio si vede in lontananza e rimane in quella posizione per molto tempo. Sfiduciato dal caldo e dalla nostalgia mi fermo a bere e pure a mangiare, poi dietro a una curva il rifugio! Ma non quello che pensavo io. Quello è sempre là, in lontananza, anche perché si tratta di un altro rifugio, il Nivolau - la toponomastica del luogo resta incerta ai miei occhi, sopraffatto da tutte queste au. Tratto pianeggiante e sassoso fino al passo Gi-au, secondo ristoro. Acqua, sali, coca cola, un po’ di salato e anche frutta. Qualcuno sul lettino ad aspettare il rientro con l’elisoccorso. Mi attende la Forcella Giau, che mi sembra una forcella Pordoi, fatta con qualche km in più nelle gambe. Ci arrivo ancora in posizione verticale e lì per lì lo considero un successo. 


La discesa poco me gusta visto che davanti a me, a qualche infinito km di distanza scorgo i trailers che mi precedono imboccare una salita costante e lunga. Sarà l’ultima? Dal roadbook pare così, ma questo non mi esime dal trascinarmi fino al Rifugio Croda da lago lungo uno stradone in discesa che tutti gli altri percorrono saltellando giulivi (o così a me pare). Ne mancano 9 di km all’arrivo. Estraggo il cellulare, whatsappo le pupe al fine di prepararle alla parata finale. Bevo un brodino tonificante, mentre le nuvole si fanno minacciose dopo una giornata di caldo torrido. Non è che 9 km siano pochi, ma almeno la singola cifra fa bene al morale, dopo averne fatte una quarantina. Il sentiero scende a valle prima deciso poi troppo lento, Cortina là in fondo non arriva mai. Incito per l’ultima volta l’Olandese volante che sfilo al grido di “Giò a punciot!” (con tutte le dieresi del caso) - chissà se avrà inteso. Mi fermerò più volte a camminare e soprattutto a sbevazzare birra e mangiare anguria al migliore ristoro della gara, quello di Mortisa, quando ormai manca solo un po’ di bitume al traguardo. La parata con le pupe è un must, farsi immortalare sul traguardo con loro un’eccezione. Come sarà stata un’eccezione quella birra calda che mi propinano dopo l’arrivo. L’unica delusione vera di questa 3 giorni ampezzana.


Figlio di un dio minore il Cortina Trail vive all’ombra della più rinomata sorella LUT. Eppure la luce riflessa, in termini di organizzazione, professionalità e clima internazionale che si respira sul percorso, è di quelle che abbronzano. Certo non transitare sotto le Tre Cime di Lavaredo è un peccato, ma lascia la necessaria acquolina in bocca per cimentarsi sui 120 km in futuro. I panorami sono comunque di grande impatto e la scorrevolezza del percorso consentono a chi ha un po’ di allenamento di soffermarsi a gustarseli. Pacco gara da top con maglietta e gilet da finisher che valgono da soli l’impegno economico sostenuto. Esserci una volta almeno è d’obbligo per chi corre i trail. 

13 giugno 2017

4 giugno - 43^ Maratona della Valle Intrasca

Ci sono corse che vorresti non finissero mai e altre che vorresti finissero subito. Ecco per me nella seconda categoria rientra la Maratona della Valle Intrasca, ai più nota come la Valle Intrasca (tanto è sentita dagli indigeni questa storica corsa giunta alla 43esima edizione). La Valle Intrasca vorrei finisse subito non certo perché non siano piacevoli i paesaggi e i passaggi proposti sul percorso, ma per i km asfaltati da fare all'inizio e alla fine, km che ogni anno sembrano al tenutario del blog sempre maggiori. Ma anche quest'anno alla fine è arrivato il traguardo di questa corsa anomala, da fare rigorosamente a coppie, l'abbraccio con il compagno di giornata e la medaglia al collo. Il tifo da stadio in cima al Pizzo Pernice, l'abbondanza di ristori (dico nel numero meno nel menù proposto - basta uvetta per i prossimi dieci anni!) e l'atmosfera che si respira nel pre- e post- gara valgono il prezzo della Valle Intrasca. E pazienza se il risultato non era quello atteso, ma piuttosto quello corrispondente al mio livello attuale di remndmento. Certe volte è sufficiente esserci, anzi sempre ...


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